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Cinque segreti per scrivere un cortometraggio

08-11-2019

Il cortometraggio è un film di durata non superiore ai 30 minuti. Ecco come scriverlo al meglio.

Il cortometraggio è un film di durata non superiore ai trenta minuti. A partire dagli anni Sessanta, numerosi filmmakers europei e statunitensi cominciarono ad utilizzarlo come porta d’ingresso alla produzione di lungometraggi. Ancora oggi è così. La più forte motivazione alla produzione di cortometraggi è l’apprendistato. Sono giovani, spesso giovanissimi, gli autori di cortometraggi. Aspiranti registi o sceneggiatori, alle prese con uno strumento particolarmente complesso. Perché breve non significa affatto facile.

Ecco 5 segreti per scrivere un cortometraggio

1) Corto non significa lungo breve
Esiste una gamma di differenze, oltre alla già citata lunghezza, tra lungometraggio e cortometraggio. Nel lungometraggio ci sono specifiche aspettative riguardo il personaggio, la complessità della trama e la presenza di sottotrame. Il cortometraggio si sviluppa con modalità semplificate e potenzialmente più libere. La semplicità risiede nel numero di personaggi e nella trama che ha un livello di elaborazione più semplice. Un solo personaggio, un’unica trama e la rinuncia alle sottotrame: questo è un tratto distintivo del corto.

2) Un corto è corto
I corti non dovrebbero superare i quindici minuti. Oltre questo minutaggio, le storie chiedono a gran voce complicazioni narrative e personaggi più complessi. Un materiale che anche un lungo cortometraggio fatica a gestire.

3) Il personaggio "breve" ha una sola dimensione
Se sentite la necessità di raccontare vita, morte e miracoli dei vostri personaggi per cortometraggio non siete sulla buona strada. I personaggi "brevi" devono essere monodimensionali, stereotipati. Questo non significa assenza di caratterizzazione, ma limitare la caratterizzazione e portarla all’esterno. Sono troppo brevi le loro storie per fare ciò che il lungo fa agevolmente: raccontare il loro passato, fargli vivere decine di rapporti, trasformarli. Un personaggio complesso ha un respiro lungo, non certo breve.

4) Riflettere sul passato del corto
Fino al 1913, la durata massima di un film era stata di quindici minuti. Il lungometraggio cominciò ad essere la norma solo dopo la realizzazione di Giuditta di Betulla (Judith of Bethulia, 1914) di David W. Griffith. Ma, nonostante la preponderanza dei lungometraggi di finzione, le commedie brevi continuarono ad essere prodotte, così come i cortometraggi documentaristici e quelli d’animazione. La comicità (con i suoi personaggi privi di psicologie), il cinema del reale e l’animazione (altrimenti detto, la favola) continuano ad essere “amici” della brevità.

5) Colpire sul finale
Non c’è tempo per un approfondimento psicologico dei personaggi, non c’è modo di indagarli nel profondo, di lavorare sulle tre dimensioni. Le sottotrame vanno abolite, al pari del retroterra del personaggio. Un po’ di secondo atto e tanto, tanto finale. Una costante? Un colpo di scena finale. Colpi di coda, rivelazioni e ribaltamenti, una risoluzione che rovescia le aspettative mantenendo alto il livello di sorpresa. Un epilogo capace di giustificare qualunque cosa, anche le più improbabili e spettacolari.

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