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Intervista all'ex allievo Marco Pellegrino

12-02-2019

di Cristina Borsatti

Regista, sceneggiatore, scrittore, musicista e cantante. Sono tante le arti di Marco Pellegrino, che ha recentemente realizzato un bellissimo cortometraggio, dal respiro internazionale, che sta facendo incetta di riconoscimenti. Nel 2008, ha studiato Regia e Sceneggiatore sui banchi dell’Accademia di Cinema e Televisione Griffith. Nel mezzo, c’è stata la musica, una lunga gavetta nel cinema e nella televisione e un romanzo, pubblicato con Bompiani.

Partiamo dal presente. Il suo ultimo cortometraggio “Moths to flame” è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, dove ha vinto il “Premio Studio Universal”, è stato selezionato al Trieste Science+Fiction e al Visionaria Fest, dove ha ottenuto il Premio della Giuria. E’ un bellissimo film di fantascienza, caso raro in Italia. Com’è nato il progetto e perché proprio questo genere?

L’idea del film mi è venuta durante una notte passata a pescare insieme ad alcuni amici tarantini. C’erano le stelle, la luna e in testa avevo un tema che mi è sempre stato a cuore: la verità. Cos’è la verità, esiste la verità? Quindi ho pensato a un caso celebre, la cui verità storica è stata sempre messa in discussione da una frangia di accaniti complottisti: lo sbarco sulla luna. A 50 anni dalla missione Apollo 11, ho sentito l’urgenza di ispirarmi ai personaggi reali (Neil Armstrong e Buzz Aldrin), alludendo alla loro operazione fake come pretesto per parlare d’altro, della difficoltà di discernere il vero dal falso, ma soprattutto dell’importanza di sognare e di raggiungere l’impossibile attraverso un’ossessione. Il genere fantascientifico mi ha permesso di far aderire la storia alle atmosfere lunari racchiuse nei sogni di Neil Armstrong. Il progetto è nato in realtà come testo teatrale. Poi, a distanza di circa due anni, l’ho ripreso in mano con l’aiuto di un amico sceneggiatore e regista, Luca Jankovic, e insieme l’abbiamo prodotto, sceneggiato e diretto.

 

Il tuo talento era già evidente quando studiavi in Accademia. Con i corti che hai girato a scuola ti sei aggiudicato molti premi. “Come un pesce” ha vinto il Premio Libera al Festival Efebo Corto, “Vita e la città dei morti” è stato selezionato ai David di Donatello. Cosa ricordi di quel periodo e dell’esperienza alla Griffith?

 

Era il 2008. Ero appena arrivato a Roma dal Piemonte e ricordo di aver  trascorso un anno bellissimo a parlare di cinema, scrittura e regia insieme ai tanti amici incontrati a scuola e agli insegnanti. E ho girato tanto.  Esercitazioni, corti, videoclip musicali. Non riuscivo a stare fermo, trovavo sempre un motivo per fare qualcosa, avevo fretta di entrare in quel mondo, nel mondo del cinema, intendo.

Il 2008 è stato anche l’anno che, in un certo senso, ha segnato un punto di non ritorno per la nostra economia e di conseguenza per il mercato cinematografico. A scuola ci sentivamo protetti, incoraggiati, ma una volta usciti dalla Griffith è stata dura. Durante gli anni universitari e anche in Accademia ho imparato a definire i miei sogni, a dare loro una forma. Appena ho iniziato a lavorare, rivestendo principalmente il ruolo di assistente alla regia, ho capito che quel sogno andava tutelato e protetto. Quindi, ho acquistato una cassaforte, infilato dentro i miei sogni, l’ho chiusa con doppia mandata. Insomma, ho aspettato. Ho fatto esperienze, incontrato registi,  aiuto registi eccezionali, casting director, sceneggiatori e autori. Poi, un giorno, ho deciso che era il momento di riaprire quella cassaforte.

 

Quant’è servita l’esperienza sul set come Assistente alla Regia e come Aiuto Casting? Tra i film a cui hai collaborato ci sono anche “Habemus Papam” di Nanni Moretti, “To Rome with Love” di Woody Allen, “Una questione privata” dei fratelli Taviani…

 

È stato fondamentale anche solo sbirciare da lontano il lavoro di questi grandi maestri. All’epoca mi occupavo di comparse e rivestivo il ruolo di a.o.s.m., una figura che ha il compito di convocare, preparare e gestire le comparse sul set per le scene di massa o per gli sfondi delle inquadrature. Con i  Fratelli Taviani, invece, è stato diverso. Ho avuto la possibilità di conoscerli bene, dopo una lunga esperienza come Assistente alla Regia e Aiuto Casting. Abbiamo lavorato a stretto contatto durante la preparazione e la scelta degli attori di “Una questione privata”, un film con un cast molto vasto, almeno una cinquantina di ruoli. È stata un’esperienza impegnativa, ma anche molto istruttiva. I Taviani avevano un modo di lavorare commovente, erano capaci di spiegarsi con una dialettica semplice e non si accavallavano mai nei loro discorsi, non si contraddicevano mai. Riuscivano  a ottenere quello che volevano con pochi sforzi e con poche parole.

 

Ti hanno insegnato il lavoro di squadra?

 

Proprio così. Girare, scrivere un progetto insieme a un’altra persona, condividere quindi il proprio universo poetico e ideologico con qualcun altro è un percorso non privo di traumi e sofferenze. Ma, una volta raggiunto l’obbiettivo, si ha la sensazione di aver dato vita a qualcosa di veramente tridimensionale, frutto di due menti diverse, di due macchine da presa diverse o, meglio, di una sola persona dotata di quattro occhi. Lo scopo artistico di un regista, secondo me, è proprio quello di avere un numero più elevato possibile di occhi e orecchie per dissacrare verità intoccabili e stereotipi, per restituire allo spettatore la meraviglia del dubbio.

 

Il cinema, ovviamente, ma le tue passioni artistiche sono davvero tante. Tra queste la musica. Hai diretto numerosi videoclip, hai inciso un brano che è stato inserito nella colonna sonora della serie “Suburra”, sei musicista e cantante. Ci puoi parlare della tua carriera musicale?

 

Quando ho lasciato Novara, ricordo che ho raggiunto Milano per salire sul treno che mi avrebbe portato a Roma Termini. Tra le numerose borse che ho portato con me ce n’erano alcune che contenevano piatti, un rullante, bacchette e frustini. Tutti accessori da batteria, lo strumento che, insieme alla chitarra, suono da quando ero bambino. Sul treno mi sentivo un po’ come i personaggi di “Rocco e i suoi fratelli”, anche se la direzione del viaggio era del tutto opposta a quella del film. La prima cosa che ho fatto una volta messo piede a Roma è stata quella di suonare. Ho raggiunto la sala prove di alcuni ragazzi che avevo conosciuto in una chat di musicisti e, siccome cercavano un batterista, mi sono proposto subito. Da allora, ho continuato a collaborare con molti musicisti romani, ho pubblicato due dischi e ho scritto e  inciso un album solista dal titolo “Voi siete qui” che segue, proprio come in un film, un percorso narrativo legato a un viaggio nello spazio, ai limiti del sistema solare, lì dove la nostra terra si mostra come un piccolo punto luminoso.

 

Quanto sono legate tra loro musica e cinema. Quanto l’una, nella tua professione, incide sull’altra?

 

Ovviamente musica e cinema sono due forme d’arte profondamente legate tra loro. La musica in un film si palesa non solo nella dimensione più evidente di una colonna sonora, ma anche nel ritmo della narrazione, della recitazione e soprattutto del montaggio, strumento musicale principale del cinema. Il montatore è il batterista di un film, colui che tiene il tempo, che prepara il crescendo per raggiungere l’apice di una partitura, prima di volgerla al termine consumando quello che resta di tutte le armonie della storia. In questo senso, posso dire che la mia esperienza musicale mi facilita molto nell’approccio alla scrittura, alla regia, alla direzione degli attori, poiché è come se sapessi già con quale velocità esordire, con quali note e con quale linguaggio comunicare.

 

Sei anche scrittore. Hai da poco pubblicato un romanzo per Bompiani dal titolo “Il figlio delle rane”, altro lavoro di squadra…

 

“Il figlio delle rane” è stata un’altra bellissima esperienza di collaborazione artistica. Questa volta con un amico attore, Giulio Beranek, conosciuto sul set di una serie televisiva in cui lavoravo come Assistente alla Regia. Il romanzo racconta alcuni episodi della sua vita, la storia di un bambino cresciuto tra le giostre e le roulotte dei luna park pugliesi. È un racconto di formazione che segue il protagonista, quasi pedinandolo con una macchina da presa. Lo accompagna, lo perde e lo riprende durante tutto il suo viaggio di trasformazione da bambino ad adulto. Anche questa esperienza di scrittura è stata meravigliosa, proprio perché sofferta. Penso ci sia una dose di sano masochismo nelle cose che faccio e credo che per raggiungere un livello soddisfacente sia sempre necessario provare dolore, litigare, mettere tutto in discussione, a partire dalle proprie certezze, da se stessi. La collaborazione è una cosa che fa bene, ti costringe a essere umile e ti insegna molte più cose di quelle che già sai.

 

Hai già un nuovo romanzo nel cassetto?

Più che un romanzo, ho una storia. Non so se diventerà un romanzo, un film o, chissà, entrambe le cose. Intanto ci sono i personaggi, le loro avventure. E il cassetto si muove, trema, perché mi ricorda costantemente che devo aprirlo.

 

D’altronde hai sempre scritto anche per il cinema, sin dai primi corti. Quanto distanti, e quanto vicine, sono la scrittura cinematografica e la letteratura?

 

Sono due forme di scrittura estremamente diverse anche se, paradossalmente condividono gli stessi obbiettivi, ovvero raccontare ed emozionare. La scrittura cinematografica richiede un percorso molto lungo di conoscenza dei personaggi, ma ti costringe a starne al di fuori, a osservarli attentamente per raccontare chi sono, attraverso le loro azioni, le loro scelte. Nella scrittura letteraria, invece, c’è molta più libertà e, in questo senso, il gioco diventa più semplice. Scrivere un racconto ti consente di stare dentro la testa del personaggio, di parlare con le sue parole, di pensare con i suoi pensieri. Ti consente di creare molto più facilmente una complicità col lettore.

Trovo quindi che la scrittura cinematografica sia più complessa, ma proprio per questo decisamente stimolante. Attenzione, non significa che sia più stimolante. Dico solo che impone molte più sfide. Si deve dar vita ad una struttura, a volte molto rigida, si deve seguire una scaletta, si deve costruire un percorso preciso e rispettare dei tempi, riscrivere il tempo, sfilettarlo, alternarlo, in un esercizio cubista che mostri più sfaccettature della stessa realtà. E rimane, poi, una considerazione importante. Il romanzo è un prodotto finito. La sceneggiatura, invece, è solo una parte del lavoro. Ma proprio per questo, essendo il “primo passo” verso la realizzazione di un film, una sceneggiatura dev’essere completa. Dev’essere un film già diretto, recitato e montato, prima di esserlo veramente. 

 

Su cosa stai lavorando attualmente? Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Adesso sto scrivendo un soggetto per lungometraggio. La storia di una donna che supera un dolore attraverso un inganno. È una storia che sto ambientando a Genova, una città di cui sono follemente innamorato, perché ha il mare, i palazzi enormi e stupendi e perché ha ancora una personalità verace con un senso di decadenza consapevole (un po’ come la tua Trieste).

 

Cosa ti auguri per il tuo futuro professionale?

 

Eh… di poter fare quello che mi fa star bene. Di potermi raccontare e di essere capito, non rischiando però di perdere la possibilità di non essere capito. Di non invecchiare con la testa e di lasciare sempre spazio alla freschezza.

 

 

 

MARCO PELLEGRINO (BIO-FILMOGRAFIA)

Marco Pellegrino nasce a Novara nel 1984, si laurea a Milano con una tesi sul cinema di Ermanno Olmi e si trasferisce a Roma per frequentare i corsi di Regia e Sceneggiatura dell’Accademia di Cinema e Televisione Griffith. In Accademia gira i suoi primi cortometraggi,  tra il 2008 e il 2009, aggiudicandosi il “Premio Libera” al Festival Efebo Corto di Castelvetrano (TP) con un film dal titolo “Come un pesce”, interpretato dall’attore palermitano Giacomo Civiletti. Scrive negli stessi anni la sceneggiatura di “Vita e la città dei morti”, cortometraggio selezionato al ai  David di Donatello. Lavora parallelamente come Assistente alla Regia e Aiuto Casting, collaborando a diverse opere cinematografiche e serie tv italiane di rilievo internazionale, tra le quali “Habemus Papam” di Nanni Moretti, “La Passione” di Carlo Mazzacurati, “To Rome with love” di Woody Allen, “Le mani dentro la città” di Alessandro Angelini, “Pecore in erba” di Alberto Caviglia, “Brutti e cattivi” di Cosimo Gomez e “Una questione privata” di Paolo e Vittorio Taviani. Mantiene viva, nel frattempo, la sua passione per la musica, dirigendo numerosi videoclip di band e cantautori italiani, tra i quali spiccano Colombre, Qualunque e I Quartieri. Collabora come musicista e cantante alla realizzazione di un disco de I Quartieri, incidendo un brano dal titolo “9002”, inserito nella colonna sonora della serie televisiva “Suburra”. Nel 2017, pubblica un disco dal titolo “Voi siete qui”, con il nome d’arte Nonpellegrino, ottenendo il premio come migliore videoclip al festival Seeyousound Piemonte, con il brano “Piramidi”. Tra il 2015 e il 2017 scrive il suo primo romanzo dal titolo “Il figlio delle Rane”, pubblicato nel 2018 dalla casa editrice Bompiani. Nell’aprile del 2018 gira un cortometraggio dal titolo “Moths to flame” interpretato da David Menkin e David W. Callahan, presentato in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma nella sezione ufficiale Alice Nella Città, vincitore nella stessa sezione del premio STUDIO UNIVERSAL. “Moths to flame” è stato selezionato, inoltre, al Trieste Science+Fiction Festival e al Visionaria Fest (nell’ambito del quale ha vinto il premio della giuria), presentato al Cinema Anteo di Milano in occasione dell’anteprima italiana di “First Man” di Damien Chazelle, interpretato da Ryan Gosling. Il 10 dicembre 2018 viene trasmesso nel canale ufficiale di STUDIO UNIVERSAL Mediaset Premium nell’ambito della rassegna “A noi piace corto”.

 

MOTHS TO FLAME (TRAILER)

 

Marco Pellegrino su VIMEO:

https://vimeo.com/marcopellegrino?fbclid=IwAR00oDxc2zPC1Yk9HtxKMNajNNkCbRGH1mTwZgY6-6o24WQJEOFwhiu-nxw

 

 

 

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