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Intervista a Claudio Marceddututti gli articoli

06-06-2017

 
 
Proprio in questi giorni sta lavorando come Operatore Steadicam per un documentario di Rai Cinema e come Direttore della Fotografia per un documentario dell’Istituto Luce, in attesa di iniziare un lungometraggio ad aprile. Il cagliaritano Claudio Marceddu è instancabile dai tempi dell’Accademia Griffith, dove si è diplomato in Fotografia. Tenace, come solo i sardi sanno essere, si è conquistato il rispetto e la fiducia della produzione cinematografica e televisiva italiana, e non solo. Operatore Steadicam e Jimmy Jib (qualcosa di simile al crane, ma più maneggevole), DOP (Direttore della Fotografia) e regista di un cortometraggio e di un documentario. L’abbiamo visto in più occasioni con la sua macchina da presa tra le mani nello splendido programma Rai “Road Italy”, e dopo così tante esperienze la sua carriera non è più tanto in salita. In ogni caso, c’è sempre il piano B: aprire un ristorante sardo a Brighton!
 
E’ così? 
 
Assolutamente sì. Anche se conto di andarci più avanti, a carriera conclusa, e dopo un Oscar!!
 
Te lo auguriamo davvero… Iniziamo dalla tua più grande passione: la luce. Perché proprio la Fotografia? Cosa ti ha spinto a farne la tua professione? 
 
Perché mi viene spontaneo. Perché osservare i comportamenti della luce, sia essa naturale, sia essa artificiale, mi incuriosisce sin da quando ero bambino. Perché leggo la luce come un testo letterario che si dispone sulla realtà e che si lascia interpretare. Perché amo la luce, le ombre e le forme e perché mi piace provare a ricreare atmosfere, sensazioni ed emozioni che quella luce insieme alla sua ombra hanno realizzato e lasciato nella mia mente. Penso che chi decide di fare questo mestiere debba sentire una sorta di chiamata. E’ un lavoro che si basa sulla tecnica e che si può imparare sui libri e poi sul set, ma che ha di base una feroce forza istintiva.
 
Interesse precoce… giusto?
 
Ho avuto la fortuna di avere un padre appassionato di fotografia e tecnologia e così sin da bambino ho potuto maneggiare macchine fotografiche, cineprese 8mm e persino una videocamera VHS. Avevo 8 anni quando mia madre sviluppò il mio primo rullino e il risultato non faceva ben sperare. Sono stato fortunato, i miei genitori mi lasciavano maneggiare questi strumenti senza paura che li rompessi. Papà faceva il fabbro e mi piaceva tantissimo vederlo lavorare il ferro caldo sull’incudine, sino a piegarlo alla sua arte. Mentre lui lavorava io gli scattavo fotografie. Quando con tutta la famiglia uscivamo in campagna o al mare, io scattavo fotografie o giravo filmini. Avevo sempre una camera in mano e stavo antipatico a tutte le zie grasse. Vista la mia passione, mia madre mi ha iscritto a un corso di fotografia appena compiuti i 14 anni. Qui mi fermo per non annoiarti, ma spero sia chiaro il senso del mio discorso. Temo di essere stato destinato a questo mestiere.
 
Oltre ad essere regista e direttore della fotografia, sei un apprezzato Operatore Steadicam e Jimmy Jib. Spieghi a noi profani come funzionano queste attrezzature? 
 
Ho scoperto la steadicam nel 2008 ed è stato subito amore. La steadicam è uno strumento che consente un’infinità di movimenti della macchina da presa e possibilità espressive e linguistiche di grande eterogeneità. L’arte della steadicam, secondo il mio modo di interpretarla, non è un semplice accompagnamento della macchina da presa dal punto A al punto B e poi forse C e poi D, ma uno strumento per raccontare qualcosa in più, per aggiungere un significato, per inserire spettacolarità e un pizzico di artificio, per un sacco di buoni motivi, insomma, ma non per sostituire il dolly perché non c’è più tempo per mettere in bolla i binari. Tu volevi sapere come funziona tecnicamente la steadicam?? La faccio breve: il sistema Steadicam è nato intorno al 1973 con Garrett Brown che si intestardì sulla necessità di eliminare il fastidioso effetto mosso della macchina a mano. Garrett voleva poter correre con la sua telecamera o la sua macchina da presa senza che le immagini risultassero inficiate da disturbi di movimento angolare e spaziale dovuti al fatto che quando si usa la macchina a mano si agisce direttamente sul centro di gravità della macchina da presa. A Garrett venne dunque l’idea di spostare il centro di gravità della macchina da presa su un’altra struttura a cui la camera fosse connessa, ed ecco nascere lo SLED e il GIMBAL… e a seguire l’ARM e il VEST… insomma il sistema Steadicam, che non funzionerebbe tuttavia senza l’aggiunta delle batterie e del monitor. Il Jimmy è, invece, un crane a cui hanno aggiunto una testa remotata bi-asse che, ribadendo i movimenti di tilt e pan tramite motori, consente di evitare che l’operatore alla macchina sia seduto su un cestino a 15 metri d’altezza, perché i movimenti dell’operatore vengono sostituiti da quelli della testa remotata che viene controllata alla base del Jib da un Joystick, come quelli delle consolle per video games, per intenderci.
 
Hai avuto molte e importanti esperienze televisive, soprattutto con la RAI. Ce ne vuoi parlare? 
 
Bisogna specificare che non sono mai stato assunto in Rai. Altrimenti quel suddetto “feroce istinto” sarebbe stato represso da una sicurezza economica e professionale che mai ho auspicato per me. Ho però lavorato per la Rai indirettamente, cioè con produzioni esterne fornitrici di documentari, programmi e format in tantissime occasioni e sin dal 2004. Ho lavorato ad esempio per “La Storia siamo noi” (quanti reportage e documentari abbiamo girato con il maestro Sandro Bartolozzi), “Report”, “Presa Diretta”, “Ballarò”, Speciale Linea Verde” e poi “Road Italy”.
 
Questo splendido programma ti ha portato in giro per l’Italia per diversi anni…. 
 
Quella di “Road Italy” è stata forse l’esperienza più bella, perché ha unito due grandi passioni, il viaggio e la fotografia, in un’esperienza unica che mi ha permesso di conoscere l’Italia in lungo e in largo attraverso le sue strade provinciali. Ho percorso in 3 anni circa 35000 chilometri su un Ape calessino della Piaggio, e ho scoperto che l’Italia è davvero uno dei più bei paesi al mondo. In più, ho incrementato incredibilmente le mie doti di documentarista, sia dal punto di vista fotografico che della narrazione per immagini.
 
Accanto a te, in questo programma ontheroad trasmesso su RAI UNO, c’era anche Giovanni Zoppeddu, anche lui diplomato alla Griffith. Quanto sono stati importanti gli incontri, con altri studenti e con gli insegnanti, avvenuti durante gli anni in Accademia? 
 
Giovanni è arrivato alla Griffith alla fine del mio secondo anno e vista la sua intenzione di lavorare nel reparto fotografia abbiamo iniziato a collaborare perché parlavamo la stessa lingua e tifavamo entrambi il Cagliari. Scherzo! C’è stata subito una buona intesa tra noi, e Giovanni, oltre a grandi capacità professionali e organizzative, ha una capacità incredibile di tappare tutte le mie falle di attenzione, sicurezza sul lavoro e memoria, tanto che quando mi faceva da assistente per “Road Italy”, io lo chiamavo badante, perché assistente era riduttivo. Ora Giovanni sta realizzando da regista un documentario prodotto dall’Istituto Luce e io, oltre ad essere molto fiero di lui, ho avuto la fortuna di curarne la fotografia. Quanto ai professori dell’Accademia, sono stati fondamentali per il mio primo inserimento nel mondo del lavoro, ma ho dovuto lavorare duro per meritarmi la loro fiducia. Ho studiato tantissimo per i fatti miei per approfondire argomenti che in classe venivano trattati con la pratica (fisica, elettronica, fotografia, storia dell’arte), perché volevo avere sempre nuove domande, nuovi quesiti da porre ai docenti. Mi rendevo conto che loro avevano bisogno che noi fossimo propositivi e attivi durante le lezioni; d’altronde si tratta di professionisti del cinema e della televisione, non docenti universitari abituati a fare lezioni programmate a tavolino. Io stimolavo sino allo sfinimento. Sandro Bartolozzi, che all’epoca era il mio docente di Elettronica, all’inizio del secondo anno mi fece assumere part-time in una società che curava le riprese esterne per il programma “Porta a Porta”, e il docente di Fotografia, Giovanni Ragone, mi fece entrare alla Ciak Italia, dove iniziai a maneggiare macchine da presa e ottiche cinematografiche. Sandro ha continuato a portarmi con sé, come assistente prima, poi come seconda macchina e poi come operatore steadicam, e mi ha insegnato tanto, professionalmente e umanamente. E’ stato sicuramente un incontro fondamentale per lo sviluppo della mia carriera. Ancora oggi collaboriamo e io sono sempre felice di poter lavorare con lui. Lo reputo un padre putativo. 

 
Recentemente, il cortometraggio “Per Anna”, scritto dalla produttrice e sceneggiatrice Francesca Scanu (Diplomata in Sceneggiatura alla Griffith) si è imposto ai David di Donatello, entrando nella cinquina dei corti selezionati. La direzione della fotografia vanta la tua firma. Non vi siete dunque persi di vista dai tempi della scuola? 
 
Io e Francesca non ci siamo mai persi di vista e continuiamo a collaborare. “Per Anna” è stata un’esperienza eccezionale sia dal punto di vista umano sia professionale. Ho vinto anche il mio primo Premio Internazionale al New York Picture Start Award.
 
Tempo permettendo, sei anche un insegnante. Hai tenuto corsi proprio sui banchi dell’Accademia Griffith. Ti piace insegnare e cosa può dare, secondo te, l’insegnamento ad un professionista di settore? 
 
Io amo insegnare. Trovo che quella dell’insegnante sia una delle professioni più gratificanti e affascinanti che esistano, oltreché una delle più pericolose. Quando decidi di insegnare devi, secondo me, prenderti almeno in parte la responsabilità per il futuro delle persone che hai di fronte e questo mi mette un po’ di paura. Insegnare la steadicam è per me un misto di tecnica fotografica, tecnica di ripresa, danza, montaggio e yoga. L’insegnamento che io posso trasferire ai miei alunni è lo stesso che mi hanno lasciato i miei maestri: Larry McConkey, Peter Robertson, Nicola Pecorini e Jorg Widmer. Una formula composta da tecnica di narrazione per immagini, fantasia e immaginazione da bambino, equilibrio, dinamismo e tanto sudore. 

 
Hai diretto la fotografia di molti documentari, ma anche di diversi lungometraggi, il primo del quale è stato “A Morte!” di Gianluca Sulis. Alcune recensioni del film hanno messo in evidenza proprio la bellezza della fotografia. E’ stato emozionante? 
 
“A Morte!” è stato il mio primo lungometraggio da DOP e ricordo che, poco dopo l’uscita in sala, un critico che lo aveva visto a Venezia, ne parlava al programma “Cinematografo”. Quando disse qualcosa rispetto alla fotografia mi venne il mal di pancia dall’emozione. Lessi altri commenti lusinghieri su alcune altre riviste di settore e fu davvero emozionante. 
 
“The Stalker” e “Il Ministro” sono stati entrambi firmati dal regista Giorgio Amato. Anche di questi lungometraggi sei stato Direttore della Fotografia. Quanto conta la fiducia tra il reparto regia e il reparto fotografia? 
 
La fiducia tra i reparti è essenziale. Non basta un buon rapporto tra Regia e Fotografia se non c’è un buon feeling con Scenografia, Costumi, Trucco, Produzione etc.. Un bel film è un’opera collettiva, un’armonia di professioni, un canto corale, di cui il regista deve essere il compositore e il direttore d’orchestra. Con Giorgio abbiamo fatto questi due film in condizioni produttive da non prendere d’esempio. Giorgio è una persona di grande talento che spero un giorno possa trovare un produttore e un distributore che si impegnino seriamente alla promozione dei suoi film, per i quali lui si spende ogni volta come se fossero figli a cui dare un futuro sereno… e invece… Per “Il Ministro” avevamo un grande cast ( Fortunato Cerlino, Giammarco Tognazzi, Jun Hichikawa, Ira Fronten, Alessia Barella), ma il resto della produzione era poverissima e mi sono dovuto arrangiare davvero con poco. Il risultato è comunque eccezionale, ma ti assicuro che con due soldi in più avrei potuto dare a Giorgio quello che è mancato per trasformare il suo film in un capolavoro di commedia all’italiana. Sono un po’ risentito. 

 
Recentemente hai lavorato come Operatore Steadicam per un documentario di Rai Cinema e per un documentario dell’Istituto Luce. Ce ne puoi parlare? 
 
Sono Top Secret!! 
 
E, allora, in attesa di poterne sapere qualcosa in più, quali sono i tuoi progetti futuri? 
 
Sto preparando un film di un regista italiano di cui però non posso anticiparti nulla e un altro di un regista inglese di cui però non posso anticiparti nulla. 
 
Sembri un agente della CIA… 
 
Effettivamente…. Posso dirti che in futuro vorrei far pace con la città di Roma per provare a restarci ancora un po’; ma lei è molto difficile! La verità è che conto di fare un gran bel film con il regista inglese e di andare a traino con lui in Inghilterra, dove mi piacerebbe fare un’esperienza di vita e di lavoro, in modo tale da essere già sull’isola giusta quando deciderò che è tempo di smettere di giocare con la luce e di lavorare seriamente in un ristorante!! 
 
Un ristorante sardo a Brighton? 
 
Un sogno! 
 
 
 
BIO/FILMOGRAFIA 
 
Claudio Marceddu è un Direttore della Fotografia Professionista e un apprezzato Operatore Steadicam con Diploma Internazionale ma si è dedicato anche alla regia, dirigendo un cortometraggio, “Peonia”, e un documentario, “Ceramica”. Inizia a soli 12 anni ad appassionarsi di fotografia. Si laurea presso l’Università di Cagliari, sua città natale, per poi trasferirsi a Roma dove si Diploma in Fotografia presso l’Accademia di Cinema e Televisione Griffith. Come Operatore di macchina, collabora a molti programmi televisivi RAI (“La storia siamo noi”, “Agorà”, “Ballarò”) e, dal 2012 è Video Maker e Operatore del programma “Road Italy”. E’ Direttore della Fotografia e Operatore Steadicam di lungometraggi, cortometraggi e documentari, di numerosi spot e video istituzionali, per Mercedes e per il Ministero della Salute, e di videoclip musicali (il più recente, quello della band inglese Placebo per il loro brano “Jesus’s Son”, prodotto dalla Universal). Nel 2014 entra a far parte del corpo docenti dell’Accademia Griffith, occupandosi del Corso per Operatore Steadicam. Tra i lungometraggi a cui ha collaborato, “A Morte!” di Gianluca Sulis, “The Stalker” e “Il Ministro”, entrambi firmati da Giorgio Amato, “A Napoli non piove mai” di Sergio Assisi e  “Last Christmas” di Christiano Pahler, che uscirà nella primavera 2017. Molti film per cui ha lavorato hanno vinto importanti riconoscimenti. Il cortometraggio “Per Anna” di Andrea Zuliani, di cui Claudio Marceddu è stato Direttore della Fotografia, finalista quest’anno ai David di Donatello, ha vinto il premio Best Cinematographer al New York Picture Start Award. Molti i documentari di cui è stato Direttore della Fotografia. Tra questi: “Sangue e cemento” di Thomas Torelli, “Expat” di Gemma Lynch, “Viola” di Enrico Ventrice.
 
Sito web di Claudio

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