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Intervista a Cristian Scardigno

16-12-2016

di Cristina Borsatti

Il suo primo lungometraggio è stata un’emozione per tutti qui alla Griffith. Diplomato in Regia, è dai tempi dell’Accademia che Cristian Scardigno scrive e dirige i suoi lavori. Numerosi corti, selezionati nei più importanti Festival Internazionali e vincitori di tanti premi. E, nel 2014, “Amoreodio”, la sua opera d’esordio, pellicola distribuita nelle sale, che ne ha messo in luce talento e poetica.

 

 

Partiamo da qui, dalla tua opera prima. Racconto di due adolescenti schiacciati dal vuoto della provincia e dallo stile di vita di una famiglia borghese e spenta, condizione che si trasforma in un gesto di follia. Lo spunto è un fatto di cronaca nera avvenuto nel 2001 a Novi Ligure che ci ha segnati tutti. Ce ne vuoi parlare?

 

“Amoreodio” è stato un viaggio straordinario. Non è semplicemente un’opera prima, è stata la prima volta di tantissime cose, una concreta grande esperienza professionale. Non si trattava più di mettere in piedi un cortometraggio, con i suoi tempi di realizzazione, ma di far nascere da zero un’opera cinematografica più complessa con tutto ciò che comporta dal punto di vista registico e produttivo. Tutto ha avuto inizio dall’idea di studiare e analizzare un fatto di cronaca nera che mi aveva non solo sconvolto, ma anche segnato per quel che riguarda il modo in cui i media ne avevano parlato. Un caso che si era presto trasformato in spettacolo mediatico, e che coinvolgeva due quindicenni, Erika e Omar, i giovanissimi assassini del delitto di Novi Ligure. Scrivendo la sceneggiatura, ho capito che non era il caso in sé che mi interessava e nemmeno il modo in cui era stato affrontato dai giornali e dalle televisioni. Era il complesso pensiero di quei due giovani ragazzi, il modo in cui si approcciavano alla vita e la loro tragica quanto insensata decisione. Così ho abbandonato nomi e località reali e mi sono allontanato quanto basta da quel caso, trasformando il film in un’indagine più profonda e personale.

 

L’adolescenza e le sue inquietudini. Appare chiaro che questo è l’elemento che ti interessava di più. E’ così? 

 

Esattamente. E’ vero che si tratta di un caso unico, di un’estremizzazione della realtà, ma è anche attraverso questi estremi che si può ragionare e riflettere su un certo tipo di adolescenza. Ed è questo l’intento del film: far riflettere tutti su questa storia affinché la comunicazione intergenerazionale sia più vera e efficiente. Mi rendo conto che è un argomento delicato, difficile da affrontare per tutti, genitori, insegnanti, ragazzi, però è bene che se ne parli il più possibile senza alcun tipo di censura.

 

Il film è stato distribuito nelle sale, in maniera completamente indipendente. Com’è andata?

 

Gioie e dolori dell’essere indipendenti. Da una parte si evita di sottostare alle richieste dei distributori, ma dall’altra si deve partire da zero e cercare con tanta fatica di ottenere più sale cinematografiche possibili, lontane dai grandi circuiti. Non avendo avuto alcun riscontro dalle distribuzioni contattate, siamo stati costretti a metterci al telefono e cercare ogni singolo cinema in Italia pronto ad accogliere un’opera non facile come la nostra. Alla fine abbiamo dimostrato che una distribuzione diversa può esistere, ma anche qui, come nel caso della produzione, vanno investiti soldi e tempo per poter fare tutto al meglio. Nel nostro caso è stata una distribuzione a bassissimo costo che ci ha fatto rientrare nelle spese, ma con mesi e mesi di lavoro alle spalle.

 

Dal Canada al Portogallo, alla Francia. “Amoreodio” ha fatto il giro del mondo. Cos’hanno rappresentato per te i festival?

 

I festival sono la linfa vitale per un autore e non si tratta solo del riconoscimento artistico dell’opera, che di per sé è già soddisfacente. Parlo di due cose fondamentali: la prima riguarda l’incontro con un certo tipo di pubblico, davvero interessato al film e a tutto ciò che ruota attorno alla storia e alla realizzazione dell’opera. Non distinguo gli spettatori “da festival” come spettatori di serie A e quelli “da cinema” come spettatori di serie B. Semplicemente nelle manifestazioni in cui sono stato, in giro per il mondo – Italia compresa – ho incontrato persone che hanno guardato il mio film in un modo particolare, diverso, che l’abbiano apprezzato o meno. E poi un festival è terreno di confronto anche con i colleghi. E’ il primo grande luogo in cui si possono conoscere altri registi e attori. E’ straordinariamente stimolante.

 

Facciamo un passo indietro. L’accademia, i primi corti. E’ stato un passaggio utile? 

 

E’ stato un passaggio obbligatorio, inevitabile e di conseguenza utile. Tappa fondamentale per chi sa che deve studiare per conoscere questo mestiere. E’ anche e soprattutto un modo per affrontare il lavoro con altre persone, fare squadra e realizzare insieme le prime opere. A me è successo questo con i primi cortometraggi in cui ho coinvolto amici dell’Accademia. Sono stati i primi passi su un set, anche se piccolissimo e senza un vero budget.

 

Con il cortometraggio “La terra sopra di noi” hai partecipato ad oltre trenta festival internazionali. Quanto conta per un giovane regista avere un esperienza del genere nel proprio curriculum?

 

E’ importante per dimostrare a se stessi, prima che agli altri, di saper gestire determinate risorse. Forse non conta nemmeno essere arrivati a 30, 50 o 100 festival, la cosa più importante dopo ogni cortometraggio realizzato è sapere quali sono stati gli errori fatti e quali invece i passi avanti. E in questo, i festival uniti ai pareri del pubblico incontrato, aiutano sicuramente, sia per il proprio curriculum che per il proprio bagaglio culturale.

 

 

Il corto è davvero una palestra? Continuerai a realizzarne, e perché? 

 

Sì, è una palestra, un modo per mettersi alla prova e il metodo più semplice dal punto di vista economico per realizzare qualcosa. Può diventare anche un ottimo biglietto da visita se il risultato finale è eccellente. Avevo pensato di aver smesso con i cortometraggi semplicemente perché mi sono concentrato sul linguaggio dei lunghi. Ma quest’anno, casualmente, mi è capitato di scriverne uno che girerò a breve. E’ un modo per non stare troppo lontano dal set, in attesa di tornare a dirigere un film.

 

So che hai appena partecipato ad un Pitch in un festival. Di che si tratta? E come funziona? 

 

Si tratta di presentare un progetto ad un certo numero di produttori, cercando di farli incuriosire e interessare alla storia. Ogni presentazione cambia a seconda del tempo che si ha a disposizione, della modalità di esposizione, del tipo di produttori che ci si trova davanti. Non sono un grande fan dei pitch, lo ammetto. Solitamente si dice che una bella storia può essere riassunta in pochissime frasi. Io sono del parere che se un film si può condensare in modo perfetto in tre frasi, non ha senso perdere un’ora e mezza del proprio tempo a guardarlo su un grande schermo. Basta farselo raccontare. Però bisogna essere realisti e capire che anche questo fa parte del lavoro di un autore.

 

Tra i tuoi progetti, un nuovo lungometraggio. Di che si tratta, se ne puoi già parlare, e come ti stai muovendo per produrlo? 

 

Per ora c’è solo un soggetto dal titolo “Che cosa vedi?”. E’ costruito con la struttura di un thriller, ma racconta semplicemente la storia di un uomo che a causa della sua curiosità morbosa si mette nei guai con degli sconosciuti. C’è un tema a me caro, ovvero quello dello sguardo moderno, dell’atto ossessivo del guardare tramite filtri tecnologici. Dopo “Amoreodio” è una storia meno tragica, ma ugualmente inquietante e ambigua. Sto cercando attualmente un produttore con cui iniziare una collaborazione.

 

Da alcuni anni, dirigi anche un festival. Com’è nata l’esperienza del Cisterna Film Festival, e quali soddisfazioni ti sta dando? 

 

La direzione artistica di un festival è sempre stata una mia grande passione. L’ho fatto per quattro anni e, dopo una breve pausa, sono tornato con il Cisterna Film Festival, nel paese in cui vivo, a circa cinquanta chilometri da Roma. In due anni la manifestazione è già diventata grande e ha ottenuto il sostegno e il contributo della Regione Lazio. I numeri sono oggettivamente straordinari: abbiamo avuto circa 600 spettatori in tre serate quest’anno e oltre 4000 cortometraggi ricevuti da ogni parte del mondo. Abbiamo proiettato candidati agli Oscar, corti provenienti da Cannes, Toronto, Venezia, Berlino, Sundance e Tribeca. La soddisfazione è stata totale e ora non ci poniamo limiti per crescere ancora.

 

BIO/FILMOGRAFIA 

 

Cristian Scardigno, classe 1982, è regista e sceneggiatore. Laureato al DAMS dell’Università degli Studi Roma Tre e Diplomato in Regia e Sceneggiatura all’Accademia di Cinema Griffith,  è stato autore di alcuni cortometraggi selezionati e premiati in diversi festival internazionali. L’ultimo corto, “La terra sopra di noi” (2010), ottiene 9 premi e viene selezionato in 30 festival in tutto il mondo. Nel 2013 scrive e dirige “Amoreodio“, la sua opera prima. Il film è nella selezione ufficiale del “Festival des films du monde de Montreal” (Canada) e del “Festroia International Film Festival” (Portogallo). Ad “Annecy Cinema Italien” (Francia) vince il premio per la miglior interpretazione femminile. In Inghilterra viene selezionato al “Chichester International Film Festival” e al “Portobello Film Festival”. Proiettato a Parigi nell’ambito della rassegna “De Rome a Paris”, il film viene presentato in anteprima nazionale al “Festival del cinema italiano di Como” e successivamente in altre tre rassegne nazionali, tra cui il festival “Inventa un film” di Lenola, dove vince il premio per la miglior regia e la miglior attrice. Dal 2015, Scardigno è il Direttore artistico del “Cisterna Film Festival – Festival Internazionale del Cortometraggio”, e il suo secondo lungometraggio, “Che cosa vedi?” è ad un passo dalla realizzazione

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