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Intervista a Giulio Poidomani

01-07-2016

di Cristina Borsatti

Regista e sceneggiatore. Classe 1984, Giulio Poidomani ha già fatto incetta di riconoscimenti in Italia e, soprattutto, in America. E’ nel Nuovo Continente che sta producendo il suo primo lungometraggio, dopo aver realizzato una web series e numerosi cortometraggi, che non hanno lasciato indifferenti i festival a cui hanno partecipato. Da Modica, città natale, a New York, città d’adozione, passando per Roma, anche tra i banchi dell’Accademia Griffith. Un grande talento, e una passione e forza di volontà contagiose.

 

Vivi tra Italia e America da alcuni anni. Che esperienza è stata? 

 

Vivo in America dal 2010, ho vissuto tra Los Angeles e New York, due città molto diverse con dei caratteri particolari. A Los Angeles sono andato per studio, e onestamente ho avuto rari momenti di simpatia nei confronti della città. Con New York é stato, invece, amore a prima vista, ed é per questo che adesso vivo nella Grande Mela. È stata sicuramente un’esperienza emozionante, piena di ostacoli da sormontare, soddisfazioni ottenute col sudore e la fatica, colma di momenti indimenticabili, nel bene e nel male.

 

Quali sono le principali differenze nello stile di vita, nel lavoro? 

 

Le differenze che ci sono tra l’Italia e gli Stati Uniti sono enormi. Lo stile di vita qui é diverso e ci si adatta, ovviamente. Non ho lasciato l’Italia per fare l’italiano all’estero, anzi, voglio diventare il più americano possibile. Per quanto riguarda le differenze nel lavoro, purtroppo devo dire che se guardo indietro ai miei anni dopo l’università, ho trovato un’unica differenza: qui lavoro, in Italia no. Ho cercato lavoro, ho fatto lo schiavo per una miseria, e quelle poche volte in cui ho lavorato in Italia é stato tramite contatti che ho sviluppato all’estero. Dall’Italia non é venuto niente. Il vuoto. Se si legge dell’amarezza nelle mie parole é perché ho trascorso un anno in Italia, dal settembre 2014 al settembre 2015, un po’ convinto dalla nostalgia a tornare e vedere se qualcosa fosse cambiato. Ho scoperto a mie spese che nulla é cambiato. Del buono, comunque, c’é stato, come il cortometraggio Mai, che agli americani piace parecchio e mi ha portato altre opportunità. La gente vede il mio corto e mi chiede di dirigerne un altro. Insomma, qui, pur non conoscendo nessuno, mi é capitato di trovare lavoro perché è stato apprezzato ciò che ho fatto. In Italia, questa meritocrazia non esiste. O, almeno, personalmente non ne ho avuto esperienza.

 

"Mai" ha vinto premi importanti. Ce ne vuoi parlare? 

 

Si tratta di un cortometraggio che é stato prodotto e finanziato da me e la produttrice Isabella Roberto, compagna di vita e di lavoro. Abbiamo lavorato tanto per trovare i soldi che ci mancavano e per mettere insieme tutti i pezzi. Una faticaccia, fatta di notti insonni e tanto stress, ma che alla fine ha premiato. Al momento "Mai" é stato selezionato in 25 festival, e continuano ad arrivare risposte positive. Abbiamo avuto l’onore di partecipare a due festival che permettono di accedere alle selezioni per gli Oscar (Athens Ohio e Flickers Rhode Island), e abbiamo già vinto tre premi (tra cui Miglior cortometraggio all’AFME, un festival pazzesco nel New Mexico patrocinato da Robert Redford, e Miglior regia al NYC Short Film Festival). Se sono importanti o meno non lo so. Quello che so é che tutto ciò ha messo in moto altri progetti: "Billy Boy", un cortometraggio che girerò a New York a inizio settembre, e "Still Waters", un altro corto da girare nel Maine, dove vado fra qualche settimana per fare location scouting e partecipare al Maine International Film Festival, dove sono stato chiamato a partecipare ad un workshop nel quale parlerò dell’arte del girare un cortometraggio.

 

 

Ci racconti la tua esperienza da regista? Come hai iniziato? 

 

Nonostante andassi dicendo in giro sin da piccolo di voler fare il regista, ho capito cosa questo volesse esattamente dire quando ho studiato all'Accademia Griffith nel lontano 2007. A parte il divertimento assurdo di quell’anno con i colleghi d’accademia, mi ricordo il divertimento nel girare piccoli esperimenti in classe e il corto di fine anno. Da allora, ho cercato di fare del mio meglio. Ho girato altre cose in Italia e quando mi sono trasferito a Los Angeles per studiare alla UCLA Extension ho continuato a sperimentare. Ho girato "Disruption", che é stata un’esperienza in qualche modo depurativa. Mi é servita per liberarmi dei sentimenti di odio che provavo nei confronti della città.

 

"Billy Boy" é un corto alla "Gone Girl". "Still Waters" mette al centro un incontro capace di cambiarti la vita… 

 

"Billy Boy" racconta la storia di una ragazza di provincia, disposta a fare di tutto per ottenere ciò che vuole, anche a uccidere. Sono molto eccitato per questo progetto, perché posso finalmente immergermi nel lato oscuro e malato della mente umana, e non vedo l’ora di “ammalarmi” sul set insieme alla protagonista, per portare alla luce questo personaggio fuori di testa. Still Waters racconta invece la storia di una ragazza sorda affetta da epilessia, e l’incontro con un uomo solitario che le salva la vita. Alla fine, questa esperienza avrà ripercussioni sulla vita di quest’ultimo, tanto da fargli decidere di rivedere alcune scelte fatte in passato e affrontare i suoi fantasmi. Qualche giorno fa abbiamo fatto un table reading all'Actors Studio di New York e devo dire che é stato molto toccante.

 

Ma c’è anche "0,2". E’ così? 

 

"0,2" è un progetto che mi sta molto a cuore, questa volta da girare in Italia. E’ stato scritto da Claudia La Ferla, una professionista per la quale ho un’enorme stima. Claudia ha avuto il coraggio di scrivere una bellissima storia che parla di un angolo di Sicilia dimenticato da tutti: Augusta e il suo mare rovinato dalle industrie petrolchimiche del polo del Priolo, che appunto si espande da Augusta fino a Siracusa. In questo mare non si pesca più e gli augustani muoiono di cancro. È di questo che parla il corto, tramite gli occhi di una donna disillusa che deve ritrovare il modo di amare la sua terra. Forse, anche questa sarà per me una storia purificatrice. Forse, con questo corto riuscirò a trovare il modo di amare di nuovo la mia terra, alla quale al momento non mi sento di voler appartenere.

 

"Half Munchi" è invece un lungometraggio. Finalmente il grande salto… 

 

Proprio così! E’ stato scritto da Eric Gorlow. Appena letta la sceneggiatura me ne sono innamorato. Era come se l’avessi scritta io. Così, l’ho immediatamente comprata. Adesso stiamo lavorando con alcuni produttori americani per girarlo in New Mexico. I tempi sono lunghi. E non vedo l’ora. Il film è sospeso a metà tra una love story assurda e romantica e un poliziesco alquanto surreale.

 

Quante difficoltà si incontrano decidendo di trasferirsi all’estero? Gli americani di solito sono "sensibili" al Bel Paese... 

 

Difficoltà tante. Quelle che incontra chiunque decida di inseguire il suo sogno. Gli americani, comunque, è vero, sono molto sensibili al nostro paese. Lo ha dimostrato Sorrentino con "La Grande Bellezza". Per questo ho deciso di girare "Mai", un corto che mostra la bellezza della Sicilia e che ammicca ai film di una volta, quelli di Antonioni in primis, che tanto piacciono agli americani. Fin dall’inizio, ho sempre pensato che sarebbe stato il mio bigliettino da visita per aprire la golden door degli USA. Speriamo.

 

Hai formato un gruppo di lavoro con il quale porti avanti i tuoi progetti? 

 

Diciamo che alla base di tutto c'é sempre una coppia fissa, io e Isabella Roberto. Se poi incontriamo qualcuno con cui andiamo d’accordo, ci impegnamo per fare in modo di lavorarci. Per esempio, Claudia La Ferla, che adesso fa parte a pieno titolo della Purple Road Pictures, la nostra casa di produzione.

 

Quanto aiuta formare un team di fiducia nella tua professione? 

 

Credo che questo sia il segreto alla base del successo. Ho scoperto che bisogna lavorare con gente onesta, diretta, che non abbia paura di dirti quando stai sbagliando, soprattutto gente che metta passione nel progetto in cui è coinvolta.

 

Cosa ti auguri, lavorativamente parlando, per il futuro? 

 

Mi auguro di girare "Half Munchi" al più presto, e fare cosí un altro passetto in avanti. Perchè è vero che i giorni sul set sono bellissimi e i corti sono una palestra eccezionale, ma ad un certo punto bisogna avere il coraggio di andare oltre e arrivare agli agognati novanta minuti.

 

Per concludere. Un consiglio. Cosa diresti a chi in Italia comincia a muovere i primi passi nel cinema? 

 

Sicuramente, se stai muovendo i tuoi primi passi, il mio consiglio è comprare o affittare una camera e iniziare a giocarci. Se puoi permetterlo, studiare in una bella accademia che ti permetta di capire meglio il mestiere. Non avere disgusto per il corso di laurea in arti e scienze dello spettacolo, perchè anche se non ti mettono una camera in mano, ti dà una conoscenza dell’arte che fuori dall’Italia se la sognano. E poi, dopo aver fatto tutto questo, l’università, l’accademia, magari il primo corto, vattene via, correndo e senza guardarti indietro. C’è un mondo fuori dall’Italia pieno di prospettive. Non devono essere per forza gli Stati Uniti, ma già la Francia o l’Inghilterra sono avanti anni luce rispetto all’Italia, almeno per ora. Ma questa è solo mia personale esperienza.

 

BIO/FILMOGRAFIA 

 

Giulio Poidomani è un regista e sceneggiatore italiano. Nato a Modica nel 1984, si trasferisce a Roma dove, dopo la laurea in “Arti e scienze dello spettacolo”, frequenta un “Master di sceneggiatura per cinema e televisione” alla Sapienza e segue i corsi di Regia e Sceneggiatura dell’Accademia Griffith. Nel 2008 inizia la sua collaborazione presso la Jean Vigo Italia con il regista Roberto Faenza e la produttrice Elda Ferri, lavorando nella produzione di film come Il caso dell’infedele Klara e Un giorno questo dolore ti sarà utile. Nel 2010, si trasferisce in America, prima a New York e poi a Los Angeles, dove segue i corsi di Regia della UCLA. I suoi corti approdano a svariati festival, tra cui l’Hollyshorts Film Festival di Los Angeles, il Rome International Film Festival e il New York City Independent Film Festival. Nel 2014, scrive e dirige la web series "What You Want?". Insieme alla compagna e produttrice, Isabella Roberto, fonda la casa di produzione “Purple Road Pictures” e, dopo aver vinto il premio Mattador per la sceneggiatura di un lungometraggio, dal titolo Crisci Ranni, torna in Italia, dove produce e dirige il cortometraggio "Mai". Nel 2015, ritorna negli Stati Uniti, a New York, e Mai è un tripudio di premi e riconoscimenti. Attualmente sta lavorando ai cortometraggi "Billy Boy", "Still Waters", e "0,2". E’ in pre-produzione il suo primo lungometraggio, "Half Munchi".

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