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A SCUOLA DI CRITICA: le recensioni dei nostri allievi
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PROFUMO: STORIA DI UN ASSASSINO
(Germania, Francia, Stati Uniti 2006) di Tom Tykwer.
Con Ben Whishaw, Dustin Hoffman, Alan Rickman, Rachel Hurd-Wood.

Recensione di:
Giuseppe Foglia

Profumo - Storia di un assassino (Perfume: The Story of a Murderer) è un film del 2006 diretto da Tom Tykwer, tratto dal romanzo Il Profumo di Patrick Süskind.

Il libro è stato adattato per il grande schermo da Andrew Birkin, Bernd Eichinger e dallo stesso Tykwer. Sceneggiatori e regista hanno dovuto affrontare l’ardua sfida di far capire al pubblico dei concetti molto sottili senza alleggerire troppo la trama e senza trasformarla in una classica struttura hollywoodiana in tre atti. Il risultato è un film allo stesso tempo pop e anticonformista, da molti punti di vista sperimentale e radicale.

Innanzitutto, come si fa a fare un film sul profumo? La risposta si trova già nel libro, perché ci si potrebbe allo stesso modo chiedere: come fa a scrive un libro sul profumo?

Nel libro gli odori sono resi dalla potenza delle parole, mediante la descrizione dettagliata delle situazioni, così il lettore crede in ogni momento di sentire ciò che sente il protagonista. La stessa illusione trasmette il film tramite il ricorso al linguaggio delle immagini, della musica e dei rumori in grado di comunicare un’impressione e dare al pubblico la sensazione di sentire ciò che sente il personaggio. È un “naso” a condurre lo spettatore attraverso ambienti, strade, luoghi, città e attraverso interni. Così nel tempo lo sguardo diventa influenzato dall’olfatto e le cose finiscono per essere esaminate in relazione a questa caratteristica, alla caratteristica specifica che rivestono per Grenouille, il protagonista. Così come l’idea di associare le note musicali ai profumi, così sia il libro sia il film fanno scorrere immagini che tutti noi associamo a determinati odori, facendo vedere ciò che emana odore e ciò che tutti conoscono, dalle cose veramente nauseabonde a quelle assolutamente belle.

Nel libro si legge:

«Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone; le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati; dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra, sia d’estate sia d’inverno

E ancora:

«E così, accanto alle pasticche, ai coni e ai nastri d’incenso, si trovavano anche tutte le spezie possibili, dai semi d’anice alla scorza di cannella, sciroppi, liquori e distillati di frutta, vini di Cipro, malaga e corinto, miele, caffè, tè, frutta secca e candita, fichi, caramelle, cioccolato, marroni, persino capperi, cetrioli e cipolle in salamoia e tonno marinato. E poi ancora ceralacca odorosa, carta da lettera profumata, inchiostro per lettere d’amore all’olio di rose, cartelle di scrivania di pelle spagnola, porta penne in legno di sandalo bianco, cassettone e cassapanche in legno di cedro, pot-pourri e coppe per petali di fiori, incensieri d’ottone, flaconi e vasetti di cristallo con tappi d’ambra molata, guanti profumati, fazzoletti, cuscinetti per aghi da cucito imbottiti di fiori di macis e tappeti impregnati di aroma di muschio, che potevano riempire una stanza di profumo per più di cent’anni

Süskind non ha scelto a caso quell’epoca (Francia, XVIII secolo); non per i suoi contrasti o perché ributtante, ma per l’enorme varietà in relazione agli estremi olfattivi. Nel film lo stesso effetto è stato ottenuto facendo ricorso a moltissimi primi piani e dettagli (si vede tutto ciò che Greouille sente col suo naso) e attraverso la musica e gli effetti sonori. Si pensi, ad esempio, al tonfo che produce la piccola goccia di essenza di rosa cadendo nell’alambicco, la prima volta che Baldini mostra a Grenouille come estrarre il profumo dai fiori: «La vera anima della rosa».

Anche la colonna sonora riesce a metabolizzare gli odori facendo risultare la nota audiovisiva molto impressionistica. A volte sono pezzi di melodie o la voce di un soprano che rappresenta il fascino dell’odore della ragazza con il cesto di prugne o, in altri punti, di Laure; una specie di canto delle sirene che, in modo poetico e metaforico, simboleggia l’odore delle due ragazze, le quali, per di più, hanno entrambe lunghi capelli rossi e una carnagione chiarissima, a ricalcare l’idea di uno specifico odore associato a specifiche sembianze fisiche.

Un solo personaggio guida l’intero film, Jean-Baptiste Grenouille: un’ombra che ha una falsa percezione di sé e che, cadendo in un errore sempre più profondo, persegue il suo scopo in modo così fanatico da entrare quasi in una dimensione religiosa. Un assassino psicopatico che uccide tutte le ragazze di cui ha bisogno per fare un profumo che lo renderà potente, al solo scopo di soddisfare la sua avidità. Come dice Süskind fin dalla prime pagine del suo libro: «Grenouille è un’abominazione». Fare un film su un personaggio come questo, che non parla mai con nessuno e neanche con se stesso, e che quindi non ha una voice over che rende possibile entrare nella sua testa e far sì che il pubblico si immedesimi con lui, è stata la sfida più grande per gli sceneggiatori. Decidere di rappresentarlo così come è descritto nel romanzo, senza però farlo distanziare dal pubblico, per quanto fanatico e spaventoso possa apparire, ha fatto sì che il film risultasse tanto radicale quanto il libro.

Chi è il protagonista? Cosa vuole? Perché ci interessa?

Sappiamo che il protagonista è Grenouille che vuole creare il sommo profumo, ma perché ci interessa? Forse perché in un certo senso ammiriamo quello che fa e anche perché, nel tempo che trascorriamo all’interno di una sala cinematografica o leggendo le pagine di un libro, possiamo essere completamente amorali: non dobbiamo giustificaci se ci immedesimiamo in lui, o se addirittura vorremmo fare le stesse cose che fa lui.

Tutto il film gira intorno a un personaggio che, oltre ai lati oscuri e ossessivi, mostra anche una certa ingenuità. L’attore protagonista, Ben Whishaw, è riuscito a legare i due aspetti anche se, mentre nel libro il protagonista è un essere deforme nel film è molto giovane e anche relativamente attraente; sembra quasi un adolescente, il che rende tutto ancora più cupo. E il film, come il libro, segue la sua soggettività, immedesimandosi con lui, con il suo modo di vivere i luoghi e le persone. Infatti, nel film non ci sono molti campi lunghi dal momento che la macchina da presa resta vicino al personaggio, lavorando su quei dettagli che lui percepisce e sulla sua comprensione del mondo che va dal piccolo al grande, non dal grande al piccolo, che rappresenterebbe l’approccio narrativo più classico, cioè il passaggio dal campo lungo, al medio, ai primi piani. Il film, infatti, è strutturato su un insieme di percezioni che rende visibile il totale sommando tanti parziali. Grenuille non entra in una stanza guardando; prima annusa ciò che non conosce, poi ciò che conosce, poi compone queste informazioni in un quadro e a quel punto sa dove si trova.

Così facendo regista e sceneggiatori hanno creato un film che si avvale di cifre quasi sperimentali, riportando in maniera sublime le percezioni olfattive di un’epoca di estremi sensoriali e trasferendo in immagini e suoni la vera essenza del libro si Süskind.

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