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Direzione:
Vincenzo Ramaglia

A SCUOLA DI CRITICA: le recensioni dei nostri allievi
A SCUOLA DI CRITICA: le recensioni dei nostri allievi

A SCUOLA DI CRITICA: le recensioni dei nostri allievi

BROTHERHOOD - FRATELLANZA
(Broderskab, Danimarca, 2009, col., 90’) di Nicolo Donato.
Con Thure Lindhardt, David Dencik, Nicolas Bro, Morten Holst, Claus Flygare, Hanne Hedekund, Lars Simonsen.

Recensione di
Federica Lemme:

Brotherhood, opera prima del danese Nicolo Donato, è una storia d’amore fra due esseri umani benedetta dal Marc’Aurelio d’Oro al Festival del Film di Roma 2009. Lars, un uomo rinnegato dall’esercito per la sua presunta omosessualità e frustrato dalla famiglia, cerca la fratellanza in un movimento neonazi. Jimmy, uno skinhead col corpo tatuato di rabbia, pesta omosessuali ed extracomunitari. Tra i due nasce una passione proibita che deve scontrarsi col Mein Kampf. Un amore in una situazione estrema che ha la dolcezza della musica dei Sigur Rós, e non dello swastika kommando da cui ci si allontana quando si trova qualcuno da amare – uomo o donna. In uno scenario bucolico, in un mare blu che a tratti ricorda certe scene di The Angelic Conversation di Jarman, il cinema di Donato è un corpo che parla. Con gesti e parole necessari. Commozione. Sensualità cameratesca dalle forme quasi classiche che potrebbe condurre dai marinai di Fassbinder e tra le sbarre di Un chant d’amour di Genet. Accade proprio nell’ultraviolenza, se si riesce ad andare oltre i muri delle ideologie che sono droghe in cui si cerca riparo dall’alienazione. L’aquila del Terzo Reich vola nell’attuale (de)generazione senza amici, fratelli, amanti. Nell’epoca della tolleranza zero dominata dalla finzione della scena che neppure l’arte col suo coraggio riesce a superare. Il sogno d’amare rimane dietro lo schermo in un finale troppo buono per essere vero. Sarà per questo che la visione è vietata ai minori di 18 anni?

VOTO: 8


L’AMORE AI TEMPI DELLO SWASTIKA KOMMANDO
Intervista al regista Nicolo Donato

di  Federica Lemme:

Nicolo Donato parla di Brotherhood, nelle sale italiane dal 2 luglio. Tra perline, barba e capelli lunghi predica la fratellanza sottolineando che il suo “non è un film sul nazismo”. 

Nel film si fa riferimento a Ernst Röhm. Insinua che il nazismo sia omosessuale?
Il film, anche se ispirato dal documentario Men, Heroes, Gay Nazis, è la storia d’amore tra esseri umani in una situazione estrema. Non è un film sui neonazi. E neppure un
gay-movie, non è un nuovo I Segreti di Brokeback Mountain.
Ha avuto problemi durante e dopo le riprese con i gruppi neonazisti danesi?
Non ho avuto problemi. Ma il film sta uscendo in numerosi paesi. Le cose potrebbero cambiare. Durante le riprese abbiamo avuto bisogno di controllo solo durante la prima scena girata in un luogo dove si riuniscono davvero i neonazisti.
Le location del film esprimono la dicotomia natura contro natura?
Inconsciamente sì. Non ho creato appositamente questa opposizione, forse era già dentro di me, insita nella storia. Ma le location sono state studiate. La baita, ad esempio, è naturale come può esserlo l’amore umano.
Stessa sensazione per la colonna sonora alla quale ha collaborato anche lei…
Solo una scena ha il suono nazi. Ho voluto un sound che suonasse organico con il film, che sottolineasse la storia d’amore insieme alla fotografia. Ho collaborato alla scrittura del pezzo musicale introduttivo. L’ho immaginato in fase di scrittura.
Tutto è curato nei dettagli. Il mondo nazi che descrivi è credibile. Quali tipi di ricerche ha fatto?
Ho fatto ricerche, ad esempio, sull’ambientalismo nazista. E ho un amico ex nazi che mi ha raccontato tutto. È stato pure in carcere. Come Lars anche lui aveva mancanza d’amore. Lars vede nel nazismo la famiglia che non ha. Entra a far parte del gruppo perché a casa non è rispettato. La madre vorrebbe che lui diventasse ciò che lei vuole. Il padre è assente. Incontra Jimmy, quasi la figura paterna che gli mancava. Una figura maschile forte. Nessuno nasce cattivo. Tutto dipende da come cresciamo. Le persone che cedono alla violenza lo fanno per alienazione.
Come ha lavorato con gli attori?
Ho fatto il fotografo di moda per dieci anni. Sono abituato a stare a contatto con le persone. Chiedo agli attori di pensare a dove sono, non alla macchina da presa, o alle battute. Bisogna parlare con i gesti.
Prossimo film?
August. Un padre va in depressione per aver perso la figlia malata di cancro. Tenta il suicidio. Conosce una donna, e inizia una lenta risalita. Anche la prossima sarà una storia d’amore.


ALICE
(Italia, 2010, col., 99’) di Oreste Crisostomi.
Con Camilla Ferranti - Catherine Spaak - Fioretta Mari - Massimiliano Varrese - Giulio Pampiglione.

Recensione di Federica Lemme:

Crisotomi avrebbe voluto scrivere sullo schermo un romanzo di formazione in forma postmoderna ispirandosi a un Carrol ormai scomodato da troppi artisti. Ma la storia è un susseguirsi di noiosi e vecchi cliché. Una ragazza sognatrice e imbranata passa le giornate fra teatro e letteratura pensando a un amore impossibile, fino a quando finisce nelle braccia del nerd di turno. Al contrario delle poetesse d’oggi, che non trascorrono le ore a sognare i cioccolatini del principe azzurro, questa Alice è una perfetta idiota alle prese con una madre troppo ingombrante e un padre che abbracciato a un aspirapolvere crede di ballare come Fred Astaire. Tra una fotografia dai colori esasperati che invece di riprendere i quadri di Hopper sembra uscita da una bancarella hippie, e citazioni che vanno dalla Amanda Lear dei CCCP a Norma Desmond fino alla profanazione di Fellini e Sylvia Plath, si vorrebbe rendere poesia il rumore della vita. Lasciarne uscire l’eco in incantesimi di surreale quotidianità cercando di calcare il Gondry di L’arte Del Sogno, il Jeunet di Il Meraviglioso Mondo Di Amelie e Delicatessen. Invece il regista, che sostiene di rifarsi alle solitudini di Kaurismäki, cade in una mal recitata apologia della famiglia che ricorda più le battute di una fiction. Pensando alla Catherine Spaak di Ferreri e Damiani c’è da piangere a guardarla in questo film. L’esordio dell’unico giovane, classe 1982, del cinema italiano è un teatro degli orrori più che un Paese delle Meraviglie.

VOTO: 4


ROBIN HOOD
(USA 2009, Col. 141’) di Ridley Scott.
Con Russell Crowe, Cate Blanchett, Max Von Sydow.

Recensione di Lorenzo Pelosini:

Nel XIII secolo, uno degli arcieri al servizio di Riccardo Cuordileone durante le Crociate, Robin Longstride (Russel Crowe), viene incaricato di riportare la corona del Re appena defunto in Inghilterra. Tornato in patria, col nome di Robin di Loxley, incontrerà la risoluta Lady Marion (Cate Blanchett) e si troverà faccia a faccia con gli abusi compiuti dal Principe Giovanni e con un imminente invasione francese. A quasi vent’anni dall’uscita di Robin Hood il Principe dei ladri di Kevin Reynolds, Ridley Scott dirige la sua versione della storia del leggendario fuorilegge. Ma se il Robin Hood di Mel Brooks era diverso dal precedente perché “non era uno che ballava con i lupi”, quello di Scott neanche ruba ai ricchi per dare ai poveri: risulta piuttosto una versione medioevale del Gladiatore, con l’aggiunta di arco e frecce. L’intento è quello di narrare gli eventi che portarono Robin Hood a divenire un fuorilegge, ma l’idea di un “eroe in formazione” non funziona, a partire dal fatto che la sceneggiatura di Brian Helgeland priva il bidimensionalissimo personaggio di Russel Crowe di una qualunque evoluzione, privilegiando nella narrazione un’inutile matassa di intrighi di corte. Esclusa la comunque poco appassionante battaglia finale, il film lascia del tutto freddi e, ad eccezione di qualche prova di bravura della sempre straordinaria Cate Blanchett e dello stoico Max von Sydow, il film stenta ad emozionare. Malgrado il prodotto finale sia tecnicamente quasi impeccabile, la riproposta formula del Gladiatore non funziona, anche perché al fiacco protagonista non vengono mai contrapposti degni avversari, come l’imperatore Commodo di Jaquin Phoenix o il perfido sceriffo di Alan Rickman (in questa versione lo sceriffo di Nottingham è ridotto a poco più di una comparsa). Nel complesso, un film di cui non si sentiva il bisogno.

VOTO: 6


IRON MAN 2
(USA 2009 – Col. 125’) di Jon Favreu. Con Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Michey Rourke, Scarlett Johansoon.

Recensione di Lorenzo Pelosini:

Dopo aver svelato la sua identità segreta, l’eccentrico miliardario e inventore Tony Stark, alias Iron Man (un divertito e divertente Robert Downey Jr.), si gode la popolarità, ma dovrà fare i conti con il suo cuore artificiale (che alimenta anche la sua armatura), non più in grado di mantenerlo in vita, e con un nuovo nemico riemerso dal passato. Intanto, nuovi alleati e vecchi amici si schierano al suo fianco. Forte del successo del primo film, Jon Favreau dà vita ad un rocambolesco seguito che mantiene inalterata l’atmosfera del primo capitolo. Ma, la sceneggiatura di Justin Teroux (già autore del nebuloso copione di “Thropic Thunder”) non è delle più valide: la trama è annacquata e i molti nuovi personaggi - uno fra tutti la Vedova Nera (Scarlett Johansson) - risultano inutili e ingombranti. Insensata anche l’improvvisa ostilità del personaggio del colonnello “Rhodey” Rhodes (qui interpretato da un fiacchissimo Don Cheadle, che sostituisce l’assai più valido Terrence Howard), il quale, per la gioia dei fan, indossa finalmente l’armatura di War Machine. L’antagonista di turno, Ivan Vanko (Mickey Rourke), è invece poco interessante e diverte solo a tratti: Rourke sfoggia un ostentatissimo accento russo e una recitazione davvero piatta. La colonna portante del film resta Tony Stark, un vero anti-Bruce Wayne: plutocrate esibizionista e solare, provocatorio e affascinante che getta in piazza la sua identità segreta e si bea della sua gloria. L’interpretazione di Downey Jr. non necessita dell’armatura di “Iron Man” per scintillare. Anzi, i suoi primi piani e le sue battute sarcastiche divertono molto di più del volto metallico del suo alter-ego d’acciaio. Nel complesso, un film tutt’altro che perfetto, tuttavia godibile. Stan Lee fa un cameo nella parte di Larry King e la colonna sonora è firmata dagli hard & heavy AC/DC.

VOTO: 7


LA PAPESSA
(Germania/Gran Bretagna/Italia/Spagna 2009 – Col. 149’) di Sonke Wortmann.
Con Johanna Wokalek, David Wenham, John Goodman.

Recensione di Daniela Mitta:

Dopo due ore guardi l’orologio e hai un fremito: Johanna non è ancora assurta al soglio pontificio. E per un film che si chiama “La Papessa”, questo è un problema. La biografia della leggendaria Giovanna, diventata Santa Madre sotto mentite spoglie maschili come Johannes Anglicus, è portata sul grande schermo da Sonke Wortmann ma di grande, appunto, c’è solo lo schermo. O, al limite, il respiro di certi campi lunghi, di prassi quando giri il filmone sull’antica Roma (che tra l’altro manco è Roma bensì Ouarzazate, Marocco). Per il resto, “La Papessa” non è all’altezza delle sue ambizioni: vorrebbe essere solenne invece è noioso, e non gli riesce d’essere epico, nonostante le lente panoramiche laterali e i dolly a spiovere sulle scene corali. Tutto è fatto a modino, anche troppo, nessuna invenzione registica salva una sceneggiatura banale che risolve il dialogo più atteso con una frase degna del peggior neomelodico sanremese. Quando Giovanna deve comunicare all’amato Gerold (David Wenham) chi sceglierà fra lui e Dio, stronca ogni possibile replica con un “Ti amo, ma il mio posto è qua”. Ed è singolare che in un film che critica l’ottusa ostinazione della Chiesa sull’”inferiorità” della donna, la Wokalek risulti saccente e gelida a confronto con papa Sergius (uno strepitoso John Goodman). Peccato tanta trascuratezza in un film che parte benino, con incursioni nella boscaglia sassone alla Peter Jackson. Invece, non appena papessa, Johanna si limita a tentare di promuovere le quote rosa nella formazione delle gerarchie ecclesiastiche. Molto meglio l’Ipazia di Amenabar.

VOTO: 5


MANOLETE
(Spagna/Gran Bretagna 2007 – Col. 92’) di Menno Meyjes.
Con Adrien Brody, Penelope Cruz, Santiago Segura.

Recensione di Fabio Leli:

“Manolete” non è la storia di un torero. “Manolete” non è una storia d’amore. “Manolete” è il mix straziante e commovente di entrambi gli ingredienti. In questo film, Meyjes ci racconta la vita del più famoso e leggendario torero della storia. Ci fa entrare nella sua esaltazione, nei successi, nelle vittorie. Ma anche nella sua sofferenza, nel dolore e nelle indecisioni. Adrien Brody è straordinario nella parte del grande torero. Sia per la sua bravura, sia per l’incredibile somiglianza. Riesce a far innamorare il pubblico, a farlo soffrire insieme a lui quando scopre che dietro al suo immenso talento c’è un uomo fragile, circondato da un gruppo di assistenti sanguisughe e da una famiglia che lo sfrutta economicamente. Lui non riesce a ribellarsi e ad imporsi con le persone che lo circondano. Ẻ pienamente vivo solo nell’arena. Ma trova più difficile domare una donna che un toro. La bellissima Guadalupe (Penèlope Cruz), infatti, gli scombina l’esistenza, mentre il film scorre in modo confuso. I brevi, e troppo frequenti, salti temporali che il regista sceglie per raccontare l’intreccio sono un ostacolo per lo spettatore. L’inquadratura del passaggio del velo del torero ad ogni salto diventa un motivo troppo ripetuto, che alla lunga stanca. La storia è perturbante, ma mai coinvolgente al cento percento. E’ il personaggio di Manolete a catturare lo spettatore, a  commuovere e appassionare. Ẻ lui il centro del film, ed è sicuramente, “il mostro più bello che abbiamo mai visto”.

VOTO: 6


THE ROAD
(USA 2009, Col. 112’) di  John Hillcoat.
Con Viggo Mortensen, Kodi Smit-Mcphee, Charlize Theron, Robert Duvall.

Recensione di Federica Lemme:

“Una fiaba da notte invernale senza stelle”, cantano gli Einstürzende Neubauten, per cui John Hillcoat ha realizzato bellissimi video. Come quelli diretti per alcuni degli artisti più decadenti della storia della musica. Come Nick Cave, con il quale il regista è entrato nel grande schermo collaborando alla scrittura dei primi lungometraggi. E’ Cave, con Warren Ellis, a firmare la colonna sonora di questa bella trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Cormac McCarthy, “The Road”, “una fiaba da notte invernale senza stelle”. Una strada post-industriale percorsa a ritmo di marcia funebre dal dolore degli occhi di Viggo Mortensen, un padre in cammino col proprio figlio verso un sud di salvezza mentre gli uomini e le donne dormono nel vuoto atomico di un mondo ridotto in cenere da una misteriosa catastrofe. Tra le lamiere delle auto c’è la morte. Come sotto le coperte. Il mare non è più blu ma sembra fatto di eternit. Gli alberi sono antenne spezzate di una centrale elettrica in disuso, perché in questo film c’è solamente buio. E luce sbiadita sono i ricordi. La sola cosa umana insieme alle parole, poche, lente, essenziali come in una preghiera, lungo un’esistenza popolata da cannibali. Si piange mentre tutti, uomini e donne, dormono. Il calore delle lacrime è un accenno alla vita che non cessa di esistere neppure in questo post-apocalyptic murder drama. Ti chiedi perché. Forse solo alla fine del mondo è dato saperlo. “Ora torna all’oscurità e al freddo e rimani dannato”.

VOTO: 8


AGORA
(Spagna 2009 - Col. 128’) di Alejandro Amenábar.
Con R. Weisz, M. Minghella, O. Isaac, A. Barhom,  M. Lonsdale, R. Evans.

Recensione di Daniela Mitta:

Se Benedetto XVI non avesse già abbastanza grattacapi, a dare l’ennesima mazzata a una Chiesa in crisi ci si mette pure Amenábar. Nel suo bel colossal illuminista i cristiani sono brutti, sporchi, cattivi: prima provocano i miti pagani, poi gli ebrei; se abbracciano gli umili (lo schiavo Davo) non è per dare salvezza ma per assoldarli contro i “padroni”. Perfino la distribuzione del pane ai poveri ha più della sfida che dell’atto di carità, e quando l’Editto di Teodosio I vieta infine i culti pagani, la statua di Serapide è trascinata a terra dalle corde come quella dello zar di Ejzenstejn o di Saddam. Prima dei corpi, vittima dei fanatismi è la ragione, cioè Ipazia, capo della scuola di Alessandria d’Egitto prima, durante e dopo il rogo della biblioteca. Fedele solo ai suoi studi e perciò perseguitata dai cristiani, molto prima di Giordano Bruno e Galileo, Ipazia è più dell’antinomia scienza/religione: amata da uno schiavo tormentosamente devoto e dal prefetto Orazio (che invece la rinnegherà in nome di una primitiva “ragion di stato”) smaschera lo stridore fra convinzioni personali, sentimenti e ideologie. Ma è anche il volto mite del relativismo, che non è anarchia morale, assenza di un “centro” di valori, ma esercizio del dubbio e accettazione della provvisorietà di ogni verità. Cos’altro è, infatti, il cerchio, “se non un’ellisse i cui due fuochi sono così vicini da sembrare uno solo”?. Tutto cambia se a variare è lo sguardo, e il solo modo per ristabilire le giuste proporzioni è sollevarlo a una distanza “divina”. Il film sembra la soggettiva di un dio: dagli spazi siderali zooma fin dentro ai rotoli di pergamena, e quando gli uomini eccedono col sangue il suo sguardo s’affatica e, nauseato, s’allontana. “La filosofia!”, dice un cristiano a Ipazia, “Proprio ciò di cui si sente il bisogno in un momento come questo!”. Oggi che molti misteri dell’universo sono già stati svelati, basterebbe forse anche solo un po’ di laicità.

VOTO: 8

Recensione di Federica Lemme:

Il fanatismo religioso come distruttore dell’amore per la conoscenza. Nel quarto secolo D. C., la civiltà d’Alessandria d’Egitto è al declino.  Amenábar lo osserva in un film che guarda nella storia simbolo di Hypatia, donna filosofo stuprata a morte dall’ignoranza religiosa dei parabolani cristiani che tutto distruggono e nulla perdonano in nome di Dio. Mentre lei, atea, perdona la violenza esercitata da uno schiavo che, abbandonando le sue lezioni per affidarsi al cristianesimo, si è reso cieco servo criminale di quel Dio ottuso. L’occhio del regista si abbassa sul tratto sinuoso del cerchio terrestre disegnandolo nelle morbide linee di una donna martire per la conoscenza che vuol dire libertà. Vittima delle imposizioni religiose che la vorrebbero muta e col corpo coperto. Senza possibilità di scelta. Ma Hypatia ha deciso di scegliere, malgrado ciò significhi perdere la vita. Amenábar la fa morire nuda mostrando uno scrigno di cui non c’è da vergognarsi, perché in esso risiede il pensiero. Tracciato in un film circolare, imperfetto, che riesce a mettere in guardia da quei poteri assolutistici che ancora sono in agguato. Perché la storia dell’umanità ruota su se stessa.

VOTO: 6

 

ALTRE RECENSIONI

 

GLI ABBRACCI SPEZZATI 
(Spagna 2009, col., 127’) di Pedro Almodovar.

Recensione di
Fiorella Bizzarro:

Harry Caine è uno sceneggiatore smaliziato sulla soglia della terza età. In realtà, il suo nome è Mateo Blanco e in passato è stato un regista piuttosto noto, ma a causa del trauma in cui ha perso la vista ha deciso di tagliare i ponti con il passato e di assumere una nuova identità. Vive in solitudine, aiutato dalla sua agente Judit e dal figlio di lei, Diego. È proprio grazie a quest’ultimo che Mateo avrà il coraggio di ripercorrere il passato, ricordando il suo incontro fatale con  l’affascinante Lena, un’attrice con poco talento dal passato turbolento, che vive un rapporto senza amore con un ricco industriale molto più vecchio di lei. Da questo rapporto squilibrato nascerà una serie a catena di vendette morbose. Mateo riuscirà a ricomporre il mosaico di questa esperienza, solo dopo aver scoperto i tasselli mancanti al suo ricordo. Forse, finirà finalmente il suo ultimo film, perché “I film vanno sempre finiti, seppure alla cieca”.   
La doppia vita, la passione spezzata, il passato non risolto - temi tanto cari al regista spagnolo - si fondono in questa nuova pellicola in un crescendo di emozioni forti e allo stesso tempo delicate. Almodovar parla ancora di qualcosa che lo riguarda personalmente, imbastendo i suoi concetti nel metacinema. Nasce così questo omaggio al cinema d’autore, e sono tante le citazioni ai Maestri – tutti rigorosamente italiani – da Rossellini a Fellini, allo sceneggiatore Tonino Guerra. Gli occhi che rivelano la verità sono sempre doppi, così come le telecamere sulla scena. Qualche soluzione narrativa lascia incerti, ma si può perdonare un po’ di leziosità dovuta all’intensa passione che Almodovar non manca mai di trasmettere attraverso la sua poetica. Le emozioni in questa pellicola si possono anche toccare, come ci dimostrano le mani di Mateo sulle immagini del volto innamorato di Lena. Penelope Cruz, musa indiscussa del regista madrileno, è sempre più a suo agio nel ruolo d’icona triste e passionaria. Assolutamente ironico è il finale. Il film nel film ci rivela un inaspettato sottofondo di commedia, proprio in quel progetto che è stato fonte di un’immane tragedia.   

VOTO: 7

 

IL PETROLIERE
(USA 2007, col.,n158’) di Paul Thomas Anderson.
Con Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Kevin J. O'Connor, Ciarán Hinds, Dillon Freasier.

Recensione di
Michele A. Antonelli:

Signori, il cinema. Venti minuti iniziali da urlo, un colossale atto di riverenza nei confronti dei grandi film muti hollywoodiani degli Anni Dieci e degli Anni Venti (da Griffith a Von Stroheim). Venti minuti in cui il regista Paul Thomas Anderson ci presenta il suo one-man movie con un insuperabile Daniel Day-Lewis. Si ispira ai grandi Anderson, e riesce nell’impresa di girare un film mettendo insieme i grandi spazi fordiani, gli immensi personaggi di Von Stroheim e l’onnipotenza di Orson Welles. Dirige una delle opere più coraggiose e rischiose degli ultimi anni raccontando la superba ascesa al potere di Daniel Plainview, spietato ricercatore di petrolio disposto a tutto pur di diventare il più popolare. Distaccandosi completamente dallo stile a cui ci aveva ormai abituati - il racconto corale ispirato a Robert Altman (Magnolia, Boogie Nights) -, Anderson questa volta si sofferma su un unico personaggio, un meraviglioso misantropo, analizzandolo in ogni sua parte e conducendoci nel profondo della sua anima nera. Con un montaggio solenne, una fotografia dai forti contrasti e con i dissonanti archi di Jonny Greenwood – chitarrista dei Radiohead – il film raggiunge un livello di violenza psicologica che mette i brividi. There Will Be Blood è in fondo anche una grande “storia d’amore”: l’amore di un uomo per se stesso. Quel che spinge Daniel Plainview a cercare il petrolio non è tanto il desiderio di ricchezza, quanto l’ambizione di diventare Potente, il più Potente. Consapevole delle proprie capacità, Daniel “sacrifica” progressivamente tutto - la famiglia, i rapporti con gli altri, i “valori” come l’amore, la fratellanza, ecc. - pur di dedicarsi a se stesso, dando inizio ad una sfida che lo porterà a dover combattere sempre e solo contro il proprio titanico Io. Lo scontro con la fede e con il predicatore (interpretato da un ottimo Paul Dano) diviene metafora del suo stesso conflitto interiore. Daniel è un modello tragico, solo, folle, magniloquente, prepotente. La sua storia non può che compiersi in tragedia. Come tutti gli assetati di grandezza raggiunge caparbiamente e cinicamente il suo obiettivo, ma nello stesso momento perde tutto, si trasforma, si autodistrugge fino a raggiungere la più lucida pazzia. Magistrale e terrificante l’ultima sequenza. Scorrerà del sangue. Nelle vene di Plainview, il petrolio. Capolavoro assoluto.

VOTO: 10

 

NEL PAESE DELLE CREATURE SELVAGGE
(Usa 2009, Col., 101’) di Spike Jonze.

Recensione di
Daniele Lattari:

Max è un bambino di nove anni dal carattere turbolento. Sua madre, una donna sola che tenta di rifarsi una vita con altri uomini, non gli dedica l'attenzione e l'affetto che lui vorrebbe. Insofferente, il ragazzo scappa di casa per rifugiarsi nel ‘bosco’ dei sui pensieri, dove incontra bestie giganti altrettanto turbolente che lo nominano Red. Tra guerre di zolle e corse nei deserti, tra un albero che cade e salti vertiginosi, rischia la vita in un luogo dove tutto è lecito e nulla è vietato. Terzo film, come regista e sceneggiatore, per Spike Jonze, che riporta sul grande schermo un racconto illustrato di Maurice Sendak dai toni dark e malinconici. Anche se tratto da un libro per bambini, il film è più adatto ad un pubblico adulto per le sue atmosfere poco rassicuranti e per la chiave di lettura che un bambino non riuscirebbe a cogliere: solo con un’analisi di noi stessi riusciamo a prendere consapevolezza delle nostre emozioni. Ottima la recitazione, bellissime le creature impersonate da attori e la scenografia, meno interessanti i dialoghi, spesso noiosi. Sicuramente un film da vedere.

VOTO:  7

 

NEMICO PUBBLICO
(Usa 2009, col., 130’) di Michael Mann.

Recensione di
Michele A. Antonelli:

Siamo nel 1933, durante il quarto anno della Grande Depressione della storia americana. Il film racconta gli ultimi mesi di vita di John Dillinger, il gangster più famoso dell’epoca che con le sue fughe rocambolesche rivelò i limiti investigativi del Bureau Of Investigation (FBI), e che per la gente comune divenne un esempio di ribellione alla crisi di quegli anni.
In apparenza gangster-movie, il film è in realtà un meraviglioso melodramma ambientato nell’epoca dei grandi gangsters e rapinatori di banche, una passionale storia d’amore tra Dillinger – l’elegante Johnny Depp – e Billie, la “donna del popolo” – un’affascinante Marion Cotillard - unica vera via di fuga del protagonista.
Ancora una volta, come in Heat, Insider, Alì, Collateral, Miami Vice…, Mann ritrae in maniera magistrale la solitudine dei personaggi, incollandosi letteralmente ai loro volti, alle loro espressioni come solo lui sa fare, avvalendosi della più moderna delle tecnologie – il digitale – e narrando una storia di classica epicità. Il digitale si rivela una scelta più che sensata per un film dal soggetto classico, poiché permette allo spettatore di penetrare a fondo nella realtà dell’epoca e di “pedinare” i personaggi senza quel distacco “plastico” che la pellicola crea. Un’opera fatta di primi e primissimi piani, di movimenti di macchina a mano emozionali, di timide e rapide zoomate e di veloci stacchi di montaggio – esemplare anche il lavoro sul sonoro e bellissima la fotografia di Dante Spinotti. Ma la nota distintiva più appassionante dei film di Michael Mann è che tutti i personaggi, protagonisti e non, sono trattati dall’autore con il dovuto rispetto, cioè tutti ben delineati, romantici, e di ognuno di essi, buoni o cattivi che siano, Mann ti farà scorgere sempre qualcosa di bello, fosse solo un attimo o uno sguardo – il dialogo finale tra Winstead (Stephen Lang) e Billie, la donna di Dillinger, è struggente. Uomini e donne che conoscono il loro destino ma non hanno paura di affrontarlo –  J. Edgar Hoover (Billy Crudup), Melvin Purvis (Christian Bale), il già citato Winstead – e che meriterebbero ognuno il ruolo di protagonista in un film. Insomma Michael Mann, assieme a Clint Eastwood, è il più grande cineasta vivente e realizza un altro magnifico capolavoro.

VOTO: 10

 

UP 
(Usa 2009, Col., 104’) di Pete Docter e Bob Peterson.

Recensione di
Vera Santillo:

Usa 1934. L’esploratore Charles Muntz parte a bordo di un dirigibile alla volta dell’America del Sud. Il suo obiettivo è riportare in patria una specie sconosciuta di uccello e dimostrarne così l’esistenza. Colpiti dalla figura di Muntz, due bambin,i Carl ed Ellie, progettano di compiere un viaggio simile, verso la conquista delle mitiche Cascate Paradiso dove poter costruire la propria casa. I due si sposeranno, ma il viaggio verrà intrapreso dal solo Carl molti anni dopo. A bordo della propria casa volante, ormai anziano, inizierà la più grande avventura della sua vita. In compagnia dell’improbabile e volenteroso scout Russell, desideroso di ottenere una medaglia, dell’uccello in fuga Kevin e del cane parlante Dug. “L’avventura è là fuori”. Questa la frase chiave dell’infanzia di Carl, dei suoi sogni di gloria e dell’intero film. L’avventura come metafora della vita, del viaggio, dell’amore coniugale. Il primo film in 3d della Pixar vuole insegnarci il valore del rischio, dell’avventura, appunto, come elemento essenziale di una vita che voglia volare sempre più in alto. Ma non solo. Il cartoon affronta temi solo apparentemente estranei alla leggerezza del genere, come la solitudine, il sogno mancato, il rimpianto. Proprio per questo, sembra più adatto al pubblico dei grandi, gli unici in grado di poter cogliere certi spunti di riflessione e di identificarsi col protagonista Carl (doppiato da un convincente Giancarlo Giannini). Insomma, un tentativo di cinema in 3D perfettamente riuscito. La Pixar non tradisce se stessa e, per una volta, la sceneggiatura prevale sull’effetto. Il 3D, infatti,  viene messo in secondo piano da una sceneggiatura fondata sulla suspense e sull’attesa, e caratterizzata da un’azione incalzante e da gag mirabolanti.

VOTO: 8

 

BUFFALO ‘66
(Usa 1998 - Col. 112’)
di Vincent Gallo.
Con Vincent Gallo, Christina Ricci, Ben Gazzara, Anjelica Huston.

Recensione di
Roberto Urbani:

Leggendo la trama di "Buffalo ’66" si potrebbe pensare di avere a che fare con un prodotto mainstream di genere: Billy è appena uscito di prigione dopo cinque anni. Era finito dentro, al posto del vero colpevole, per pagare debiti contratti scommettendo sulla squadra di football dei Buffalo Bills. Ora ha un solo obiettivo: vendicarsi, uccidere il giocatore che considera responsabile della sconfitta. Ma "Buffalo ’66" è il primo film da regista di Vincent Gallo, un po’ attore, un po’ modello, un po’ musicista, personalità controversa e dannatamente affascinante. E ce ne accorgiamo subito, fin dai titoli di testa, non elaborati e mimetizzati nell’immagine, votati alla semplicità e alla banalità. La semplicità, ormai svanita, che era del bambino Billy, a cui bastavano un cagnolino e un premio vinto giocando a bowling per essere felice, e la banalità di una squallida e fredda vita adulta. Proprio l’uscita dal carcere, con Billy che senza un soldo e una casa si addormenta su una panchina, accende nello spettatore una nuova aspettativa. Il film vuole forse indagare il disagio del prigioniero che, finalmente libero, è abbandonato a se stesso da una società brutalmente egoista? Gallo prende le distanze anche dalla Hollywood liberale e socialmente impegnata e ci ride sopra: la domanda drammatica del suo protagonista, infatti, non è “cosa fare ora che sono uscito di prigione?”, piuttosto “riuscirò a trovare un gabinetto?”. Libero da obblighi e convenzioni, Gallo può sbizzarrirsi tanto da un punto di vista narrativo quanto da un punto di vista tecnico. Narrativamente frappone tra il protagonista e il suo obiettivo (la vendetta) una serie di ostacoli e soste (oltre alla vana ricerca di un bagno, ci sono la visita alla casa dei genitori, la partita a bowling, un bar dove Billy incontra la ragazza di cui era innamorato, la notte trascorsa in un motel, etc.). Tecnicamente si concede scelte coraggiosissime, come le intrusioni dei ricordi nella forma di "split screen" e cornici interne al quadro. È con questa imperfetta e assoluta libertà che Gallo debella lo squallore e, insieme al suo protagonista, scopre qualcosa di nuovo: il romanticismo. Quando l’entusiasta Billy acquista una cioccolata calda e un dolce a forma di cuore per la sua ragazza, non si può fare a meno di commuoversi e finalmente, sorridere.

VOTO: 8

 

EAST IS EAST
(Usa 1999 - Col. 100’) di Damien O’Donnell.
Con Om Puri, Linda Bassett, Emil Marwa, Chris Bisson, Jimi Mistry, Ian Aspinall.

Recensione di
Roberto Urbani:
 
Ha scelto di non correre grossi pericoli Damien O’Donnell con il suo film d’esordio "East is East". Qualcuno, sopraffatto dall’entusiasmo, ha addirittura nominato Ken Loach, ma nonostante un incipit ben fatto e qualche ripresa molto british, purtroppo abbandonata a se stessa, del regista militante e del free cinema inglese non c’è nessuna altra traccia. Lo sceneggiatore Ayub Khan Din, spalleggiato da O’Donnell, sceglie la strada più semplice per piacere al grande pubblico e al botteghino, quella della commedia (non certo dell’ironia, come è capitato di leggere). Le intenzioni le possiamo immaginare: lo spettatore, in primo luogo quello medio, con la leggerezza del sorriso, viene avvicinato a tematiche fino a quel momento poco considerate. I toni popolari sono evidenti già sulla locandina, colorata e debitrice della cultura americana contemporanea, tra musical e demenzialità, più che della controcultura che si affacciava negli anni in cui il film è ambientato. Evidenti nell’utilizzo di musichette riciclate dalla Hollywood classica nelle scene più emotive, nella squadratura razzista e xenofoba, fatta di luoghi comuni, dei caratteri di contorno (i vicini di casa, il politico Enoch Powell), nell’accenno indeciso all’omosessualità del figlio scacciato, nel ricorso casereccio a gag escatologiche e sessuali. Se dunque è lodevole l’impegno a far arrivare (l’esile) messaggio alla fetta più ampia possibile di spettatori, siamo però costretti a dire che il film, inciampando nelle convenzionalità della commedia pura e semplice, smarrisce gli obiettivi prefissati. La commedia infatti, quando obbligata in forme troppo tradizionali, perde il suo potere dissacrante e sovversivo. La risata oscura l’impegno civile.

VOTO: 5

 

BASTARDI SENZA GLORIA
("INGLOURIOUS BASTERDS", Usa 2009 - Col. 153’) di Quentin Tarantino.
Con Brad Pitt, Cristoph Waltz, Eli Roth, Diane Kruger, Mélanie Laurent.

Recensione di
Michele A. Antonelli:

Tutto il mondo di Quentin Tarantino è presente in "Bastardi senza gloria", e il mondo di Tarantino è il cinema. L’ultima fatica, o meglio l’ultimo divertissement dell’autore di "Pulp Fiction", "Jackie Brown" e "Kill Bill", è senza dubbio una delle vette della sua filmografia, un film in cui quasi tutti i generi cinematografici confluiscono in un’unica linea narrativa liberamente ispirata alla più brutale  realtà storica del secolo scorso, il nazismo. Il genio di Tarantino alla fin fine non inventa nulla di nuovo, ma mescola brillantemente tutti gli ingredienti giusti per far sì che il classico vada a braccetto con l’ipermoderno, il film di guerra col film commedia, il film storico col film fantastico. Inizia come se fosse un western, con la struggente musica tratta da "La battaglia di Alamo" (1960) di John Wayne, "The Green Leaves of Summer" di Dimitri Tiomkin – nella splendida sequenza iniziale, lunghissima e parlatissima, l’autore dimostra quanto possa essere moderna una scelta stilistica classica – e prosegue per capitoli, come se fosse un film nel film, con toni a volte comici, a volte drammatici. I dialoghi surreali e nello stesso tempo carichi di tensione (la sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Tarantino) contribuiscono non poco alla costruzione di alcune sequenze che dovrebbero entrate prepotentemente negli annali della storia del cinema (la già citata sequenza iniziale per esempio,  e ancora la sequenza nella taverna o quella dello “strudel”). Bravi gli attori, da Brad Pitt a Diane Kruger – eccellente invece Christoph Waltz nella parte del colonnello delle SS Hans Landa -, tempi perfetti al montaggio, splendide le musiche tratte da altre pellicole di serie B e da tanto cinema italiano (da Ennio Morricone a Gianni Ferrio). Tutte componenti che costruiscono un capolavoro di raffinata intelligenza. Lo spirito citazionistico di Tarantino potrebbe anche irritare lo spettatore “medio”, ma essendo gli elementi drammaturgici equilibrati come solo lui sa fare, il film diverte e vorresti che non finisse mai talmente ci si rilassa. Un grande, grandissimo spettacolo.

VOTO: 9

Recensione di
Vera Santillo:

Citazioni non solo dai B-movie, ma persino un omaggio al Chaplin de Il grande dittatore e una struttura a capitoli che non stravolge l’ordine temporale. Sono solo alcuni degli elementi del nuovo film del regista americano Quentin Tarantino. Nella Francia occupata dai nazisti, il colonnello delle SS Hans Landa (Waltz) elimina la famiglia dell’ebrea Shosanna (Laurent) che riesce a sopravvivere. La ritroveremo più avanti a gestire il cinema parigino che ospiterà la proiezione dell’ennesimo film di propaganda tedesco a cui assisteranno i tre uomini più importanti del Terzo Reich. Quale migliore occasione per vendicare se stessa e il proprio popolo se non quella di far esplodere la sala? Nel frattempo, un gruppo di ebrei americani capitanati dal tenente Aldo Raine (Pitt),  che seminano il terrore tra le truppe tedesche, ha in mente un piano molto simile. Tarantino, stavolta, va al di là del citazionismo, una delle strategie attraverso cui il cinema parla di se stesso, tentando una strada più diretta, quella del film nel film.  E giunge all’esaltazione del cinema inteso come arte del possibile e come eterno presente che va oltre il tempo e la morte. La sequenza dell’uccisione del soldato tedesco protagonista del “film-trappola” nella sala di proiezione ne è un esempio. Per il resto, non c’è da preoccuparsi: è il solito Tarantino. Dialoghi  e sangue a fiumi. Il bastardo più bastardo? Hans Landa, il vero protagonista del film, con il quale lo spettatore non può fare a meno di simpatizzare. Grazie al talento di Cristoph Waltz, un attore quasi sconosciuto che passa da una lingua all’altra senza difficoltà facendo sfigurare il ben più noto Pitt ed in generale tutti gli americani che “a parte l’inglese non parlano altro”.

VOTO: 8

 

LE AVVENTURE DEL TOPINO DESPEREAUX
(Gran Bretagna, USA 2008 - col. 90') di Sam Fell e Robert Stevenhagen. Animazione.

Recensione di
Daniele Lattari:

Nel sottosuolo del regno di Dor, tra i roditori, vive il topino Despereaux che è al contempo il più  piccolo e il più coraggioso della sua specie. Despereaux ha una passione per i libri di favole e di avventura e, per il suo carattere e la sua ambizione, viene mal giudicato dalla corte dei topi che lo relega in pericolosi bassifondi. Qui incontrerà il ratto Roscuro, deciso a salvargli la vita. Secondo film d’animazione per Sam Fell ("Giù per il tubo") che abbandona l’umorismo per raccontarci una storia ricca di valori umani. Una voce narrante ci guida e ci insegna a non giudicare e a non rimanere intrappolati nel rancore e nel dolore che “per diversi malintesi scatena reazioni a catena”. Il film, se appassiona i bambini per la semplicità dei contenuti visivi e narrativi, nell’adulto assume un significato etico più profondo.

VOTO: 5

 

X-MEN - LE ORIGINI: WOLVERINE
(USA, Nuova Zelanda, Australia 2009 - col. 97') di Gavin Hood.
Con Hugh Jackman, Ryan Reynolds, Liev Schreiber, Dominic Monaghan, Lynn Collins, Danny Huston, Daniel Henney, Taylor Kitsch, Kevin Durand...

Recensione di
Daniele Lattari:

Il film trae ispirazione dall'universo dei fumetti Marvel, in particolare Weapon X, firmati Frank Miller, rielaborati e manipolati in modo da concatenare e incastrare gli eventi in 106 minuti, risultando così ricco di colpi di scena e sorprese sempre gradite e non troppo scontate. La violenza non manca mai in un film d'azione e Wolverine ne fa un grande uso. Ogni incontro che il protagonista fa finisce con un combattimento fisico, che diverte e tiene gli occhi incollati allo schermo grazie a sorprendenti effetti speciali, che rendono esilarante l'azione. La stessa cosa non si può dire dei dialoghi che, al contrario, risultano poco persuasivi. Wolverine, interpretato ancora una volta da Hugh Jackman, ha lo stesso fascino di sempre, ma il mistero - percettibile nella trilogia - in questo spin-off viene svelato. Per quanto riguarda gli altri mutanti, i fan di Gambit, Silverfox, Deadpool e Ciclope vedranno i loro eroi entrare e immediatamente uscire dalla scena, eccezion fatta per Sabretooth. Chi ha amato gli X-Men si rallegri per Wolverine, tenendo le dita incrociate per vedere presto le origini anche di altri mutanti.

VOTO: 7

 

RACCONTI INCANTATI
(USA 2008 col. 100’) di Adam Shankman.
Con Adam Sandler (Skeeter Bronson),  Dana Goodman (Rose), Keri Russell (Jill), Guy Pearce (Kendall), Courteney Cox (Wendy), Teresa Palmer (Violet).

Recensione di
Fiorella Bizzarro:
 
Skeeter Bronson  (Sandler) è il factotum di un albergo di lusso, costruito sulle fondamenta del vecchio motel del padre, il “Sunny Vista”. La sua routine frustrante si trasforma nel momento in cui diventa il baby sitter dei due nipoti. La sorella Wendy (Cox) deve assentarsi per alcuni giorni e così Skeeter si ritrova improvvisamente a dover instaurare un rapporto concreto con i due bambini e con il loro porcellino d’india, Pallocchio. Non sapendo come accattivarsi la loro simpatia, invece di leggere le solite favole, prova a inventare delle storie di sana pianta, autorizzando i piccoli a trovare il miglior finale. Nei giorni seguenti, le fiabe che concepiscono iniziano palesemente a realizzarsi e per questo Skeeter prova a deviare alcune visioni dei nipoti, in modo da ottenere un happy end che preveda il suo riscatto sociale.
Commedia fantasy targata Walt Disney, idealmente creata per una visione familiare, risulta godibile per il continuo capovolgimento degli eventi.  Il viaggio spassoso tra realtà e immaginazione è zeppo di logiche surreali che mescolano  continuamente le situazioni e i personaggi. La simbolica partita è tra il successo a tutti i costi e i valori umani. Non è un capolavoro, ma resta un film piacevole per il senso di giustizia che cerca di trasmettere. Una mozione speciale per la star indiscussa: Pallocchio. Dopo aver visto la sua interpretazione, nessuno potrà mai più dimenticarlo.

VOTO: 6

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