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Direzione:
Vincenzo Ramaglia

A SCUOLA DI CRITICA: le recensioni dei nostri allievi
A SCUOLA DI CRITICA: le recensioni dei nostri allievi

A SCUOLA DI CRITICA: le recensioni dei nostri allievi


ARRIETTY
(animazione, Giappone, 2010, col., 94’) di Hiromasa Yonebayashi.

Recensione di:
Roberta Mariani

Quando è Miyazaki a prendere la mira è certo che il colpo andrà a segno. Con “Arrietty” il genio dell’animazione giapponese ancora una volta sforna un reale capolavoro di bellezza. La storia della piccola fanciulla, grande tanto da potersi nascondere sotto una foglia, tratta dal libro “The Borrowers” di Mary Norton, è un miracoloso intreccio tra significati profondi e basilari e la poesia delicata e struggente della bellezza. Le tematiche care a Miyazaki, quali la cura ed il profondo rispetto per la natura, il timore ed il pericolo di un sistema rovinoso instaurato dagli esseri umani sul pianeta, l’esigenza di uguaglianza tra ogni essere vivente fondata sul medesimo amore per la magnificenza di una terra che tutti ci ha creati e nutriti, sono in questo film espressi attraverso fiabe e miti anglosassoni, che accantonano le divinità nipponiche spesso utilizzate dall’autore.
Il ritmo è piacevolmente equilibrato in una magia di piccoli eventi. Piccoli, come la protagonista, il cui mondo è delimitato in pochi centimetri di casa sotto un pavimento e in un giardino, a dimostrazione di come tutto e tutti siano relativamente legati ad un punto di vista limitato dalla capacità di cognizione soggettiva, ma che di per sé non è detto costituisca “l’intero”.
 Inutile insistere sulla straordinarietà del tratto, dei colori, delle luci che magicamente rapiscono l’osservatore in una rapsodia estetica ed estatica e che, ancor di più, rispondono alla delicata missione di rammentare a chiunque la caducità umana e la sciocca e deleteria inutilità di ogni guerra tra esseri viventi. Solo con la collaborazione, la solidarietà ed il reciproco ausilio sarà possibile sopravvivere a noi stessi.
Non dimentichiamo, infatti, che qui non facciamo altro che “prendere in prestito” dalla natura ciò che in realtà non ci appartiene.

VOTO: 8


I TRE MOSCHETTIERI
(avventura, Germania, 2011, col., 102’) di Paul W.S, Anderson.
con Logan Lerman, Milla Jovovich, Luke Evans, Ray Stevenson.

Recensione di:
Ares Bortolussi

Il padre moschettiere, loro moschettieri e lui vuole diventare moschettiere.
Gli elementi di base ci sono tutti per un film basato sull’opera di Dumas figlio. Eppure sin da subito alcuni attori si mostrano inadeguati, oppure, pur essendo di note capacità (Cristoph Waltz e Mads Mikkelsen), si manifestano scadenti a causa di una sceneggiatura tra le peggiori del peggiore cinema e di una regia pressoché assente. Il tentativo della prima scena è buono, ma la rivisitazione del libro in chiave steampunk delude. L’esperimento è fallito, nonostante l’uso del “nuovo 3D”, che avrebbe potuto essere meno bello ma più efficace.

VOTO: 3


GAZA HOSPITAL
(Documentario, Italia/Libano, 2009, col., 84’) di Marco Pasquini.
Con Yousef Hamza, Swee Chai Ang, Monica Maurer, Ellen Siegel, Aziza Khalidi.

Recensione di:
Eugenio Costantini

C’era un ospedale a Beirut. Era alto e possente e sembrava invincibile. Idealmente “Gaza Hospital” inizia così, come le favole. E procede lento, asciutto, senza enfasi, alternando il dramma di oggi a quello di ieri. Non serve altro. Parlano le immagini di un tempo e i ricordi. Tutti intrisi nel dolore. Era il 1982. I Palestinesi rifugiati in Libano avevano un ospedale, il Gaza Hospital. Era a Beirut Ovest, proprio a ridosso dei campi profughi di Sabra e Shatila. Vi lavoravano medici e infermieri provenienti da ogni parte del mondo. Era aperto a tutti. Era una speranza per tutti, di fronte alla guerra. Ma non sarebbe durata a lungo. A settembre di quell’anno, il massacro di Sabra e Shatila. Nei campi bloccati dall’esercito israeliano si consuma un’inenarrabile mattanza. Poi l’ospedale viene sgombrato e qualche anno dopo chiuso definitivamente. Eppure, la sua storia non finisce. I Palestinesi non lasciano il Libano e via via il Gaza Hospital si trasforma, cambia destinazione d’uso, fino a diventare a sua volta un campo profughi. Un campo verticale che si snoda tra dedali di scale e corridoi scrostati, animato dal vociare dei bambini, dagli odori delle cucine e dal lavoro degli uomini. Come il caso di Youssef, una delle quattro voci narranti del documentario. Vive nell’ospedale dalla fine degli anni Ottanta. Fa il barbiere. Nel massacro di Sabra e Shatila ha perso un figlio di 13 anni, un martire, come li chiamano qui. Quel dolore gli ha bruciato il cuore, prosciugato le lacrime, ma non gli ha tolto la dignità e la voglia di vivere e resistere. Del negozio di barbiere che aveva un tempo ha conservato un’insegna. Oggi l’ha lucidata, affissa sulla sua bottega e accesa per attirare i clienti. Per ricominciare di nuovo. Come nelle favole a lieto fine, idealmente.

VOTO: 8


ALMOST MARRIED 
(Documentario, Italia, 2010, col., 60’) di Fatma Bucak e Sergio Fergnachino.
Sceneggiatura di Fatma Bucak e Sergio Fergnachino.

Recensione di:
Niccolò Tagliamonte

Temi attuali che affondano le proprie radici nel passato e sottolineano la difficoltà di conciliare tradizione e modernità. Vite che si intrecciano secondo le molteplici trame del destino. Questa è la storia di Fatma, ma nel contempo rispecchia anche storia e vita di milioni di donne, nate in Paesi, se vogliamo, anche geograficamente vicini, ma da noi lontani da un punto di vista socio-culturale e religioso. “Almost Married” inizia dal desiderio di Fatma di affrancarsi da una sorta di schiavitù ancestrale decidendo, nonostante l'opposizione della famiglia, di recarsi all'estero a studiare fotografia. Un  percorso di integrazione in un mondo diverso, Occidentale, che si concretizza con la convivenza col suo fidanzato, Davide , e la decisione di sposarlo. Riemergono i problemi atavici legati ai rapporti affettivi con la famiglia e, soprattutto, col padre, un uomo rude nato in un villaggio curdo, capo clan di vecchio stampo che in gioventù era un perseguitato politico per idee rivoluzionarie. Durante un viaggio con lui, nella sua terra natia, alla riscoperta della famiglia e delle sue più antiche tradizioni, Fatma intraprende un percorso interiore volto a trovare un punto di contatto e  il coraggio di rivelargli il suo desiderio di vivere la vita che si è scelta.
Documentario realizzato in modo semplice, soprattutto dal punto di vista del linguaggio. Fatma Bucak e Sergio Fergnachino raccontano (con speranza verso un futuro migliore) la diversità del ruolo della donna e dell'uomo all'interno di una società lontana dalla nostra, vista con gli occhi di una ragazza che vive questa realtà sulla sua pelle, toccando così la sensibilità dello spettatore. Malgrado la drammaticità del tema, il film a tratti adotta un tono ironico volto a cogliere l'inadeguatezza di certi aspetti di questa cultura. Senza però ignorarne i lati positivi.

VOTO: 8


GIRLS ON THE AIR
(Documentario, Italia, 2009, col. 59’) di Valentina Monti.
Con Humaira Habib e le giornaliste di radio Sahar.

Recensione di:
Giovanni Grandoni

Nell’Afganistan post-talebano si seguono le vicende di Humaira, ragazza che tenta di “civilizzare” il suo Paese servendosi della libera ed emancipata “Radio Sahar”: dovrà vedersela però con un paese in mano alla violenza ed incollato alla proprie tradizioni. E’ così che, tra lotte in tribunale e racconti in versi letti ai propri radioascoltatori, la ragazza, aiutata da altri volontari, ingaggia la sua dura e lunga lotta verso un futuro migliore. Il film affronta un tema indiscutibilmente importante, ma lo fa in modo banale e lapalissiano, a volte persino retorico. Tenta inoltre, sporadicamente, un approccio poetico (soprattutto per quanto riguarda le immagini), che però perlopiù stona con lo stile documentaristico dell’opera. Come se non bastasse, la struttura del lavoro appare come una improvvisazione confusa di scene (la maggior parte delle quali non reali ma girate appositamente) e situazioni che lasciano nello spettatore, dopo una sola ora di film, una sensazione di gratuità che aggiunge a quanto già televisioni, giornali e testi vari ci dicono ogni giorno da anni e anni. La voglia di trasmettere un messaggio importante non può lasciar spazio alla superficialità.

VOTO: 4


HABEMUS PAPAM
(Italia/Francia, 2011, 104’) di Nanni Moretti
con Michel Piccoli, Nanni Moretti, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Margherita Buy

Recensione di:
Umberto Bendini

Il Conclave si riunisce: i più bravi cardinali del Mondo devono decidere, sotto le volte della  Cappella Sistina, chi sarà il prossimo Papa. Sorprendendo tutti, viene scelto Melville. Sorprendendo tutti, Melville se la svigna. È spaventato, non se la sente. Viene chiamato uno psicologo ateo, che prima tenta una conversazione che non può essere né libera né privata, poi viene costretto, per la privacy, a restare in Vaticano fino all’annunciazione. I fedeli dovranno attendere, perché il neo-Papa è fuggito. Deve ritrovare se stesso, la forza, deve capirsi. Intanto, a San Pietro ci si confronta giocando a pallavolo e approcciandosi alla psicanalisi. Un commovente Michel Piccoli (che come un bambino urla e si spaventa quando si sente insicuro), uno scatenato Moretti (che strappa bonarie risate tramite il misunderstanding coi cardinali) e un grande finale, sincero e coraggioso. Nanni lavora col cuore ad un film che gioca sempre, ma sempre con rispetto e serietà, su tematiche delicate e universali. Un continuo rimbalzo tra la commedia garbata ed il dramma introspettivo, l’apertura mentale e spirituale dei personaggi e le varie prigioni che li circondano (le mura vaticane così come i doveri e le aspettative). Lo psicanalista Moretti e il Papa Piccoli sono, appunto, i più bravi: al primo “lo dicono sempre tutti”, il secondo l’hanno eletto Patriarca. E sono la rinuncia al potere e la più intima analisi di se stesso e delle proprie responsabilità (spirituali, etiche o professionali) ad essere messe a nudo in un uomo che ci immaginiamo senza macchia e senza dubbi. Le musiche (di Franco Piersanti) e i costumi (Lina Nerli Taviani), insieme alle scenografie della Bizzarri, che riproducono a Cinecittà interni ed esterni di San Pietro, sono solo parte della maestosità visiva del film. C’è già chi lo ama, e già chi lo odia: Moretti ha sempre diviso tutti. Ma qui cambia registro, l’attesa era elevata, e le copie distribuite quasi un’esagerazione. Ora arriva Cannes, e chissà che nel paese del Vaticano non arrivi una Palma d’Oro proprio grazie a questo film.

VOTO: 8

 

CAPPUCCETTO ROSSO SANGUE
(USA/Canada, 2011, col., 99') di Catherine Hardwicke.
Con Amanda Seyfried, Gary Oldman, Max Irons.

Recensione di:
Doralice Pezzola

“Cappuccetto rosso sangue” è film che tenta, con scarso esito, di sfruttare l’onda di successo di lungometraggi come “Twilight” (della stessa regista, Catherine Hardwicke), imitandone le atmosfere, i temi e gli elementi: un amore impossibile, ambienti cupi, lupi mannari, giovani ragazze in pericolo. Valerie (Cappuccetto Rosso, interpretata da Amanda Seyfried) è una splendida fanciulla innamorata del falegname del villaggio (Peter, ovvero Shiloh Fernandez) ma promessa in sposa ad Henri (Max Irons), che si ritrova a fare i conti in prima persona con il lupo mannaro che tormenta quei luoghi da generazioni e che sembra avere un ossessione per lei. Tutto il film si basa su un gioco di sospetti: l’intero villaggio, sotto la guida di Padre Salomon (Gary Oldman), si mobilita per identificare ed  eliminare il lupo mannaro che potrebbe essere uno qualunque degli abitanti del villaggio. Continui indizi, contrastanti e fuorvianti , vengono distribuiti all’interno della storia, troppi forse, e alla fine la soluzione risulta banale ed inefficace, scoprire l’identità del lupo non provoca nessuna soddisfazione, assodato che avrebbe potuto essere chiunque. Il film si presenta sotto la veste di una rivisitazione della celeberrima fiaba da cui prende il nome, ma ne snatura rapidamente l’essenza, deviando verso un genere che rimane fino alla fine indeciso fra thriller, sentimentale ed horror, impedendo in questo modo qualunque sviluppo potenzialmente coinvolgente dell’intreccio. La storia tenta di gonfiarsi in nome di una vena epico-moralistica a cui aspira, ma che non riesce mai a raggiungere, in parte a causa della scelta poco azzeccata delle musiche (moderne e scollate dall’atmosfera del film), in parte per colpa di dialoghi piatti ed inverosimili. I personaggi sono bidimensionali e affatto empatici, intrappolati in stereotipi che, considerato l’audace intento del film, sarebbe stato doveroso evitare. In conclusione, un film realizzato sull’entusiasmo di uno spunto interessante ma che, nell’eseguire la delicata operazione di trasposizione dalla tradizione orale allo schermo, inciampa irrimediabilmente negli inconvenienti di un compito tanto difficile, e scivola  nella banalità.

VOTO: 4

 

LA FINE E’ IL MIO INIZIO
(Germania, 2011, 98’) di Jo Baier.
Con Bruno Ganz e Elio Germano.
Scritto da Folco Terzani e Ulrich Limmer.
Tratto dal bestseller di Tiziano Terzani.

Recensione di:
Umberto Bendini

L’adattamento cinematografico dell’ultimo romanzo di Tiziano Terzani - scritto in punto di morte dal giornalista, scrittore e viaggiatore con la collaborazione del figlio Folco - è una sfida per il regista tedesco Jo Baier, non di meno per lo spettatore. Settimane di conversazioni tra padre e figlio, riversate in 100 minuti di dialoghi. La vita e l’accettazione della morte, in un tentativo di vera e propria trasmissione di conquiste dell’anima al proprio erede. Operazione complessa e rischiosa, che ha richiesto un inevitabile processo di sintesi, e che impone un’elevata predisposizione all’ascolto da parte dello spettatore. Impone di mettere gran parte del film sulle spalle di un magnifico Bruno Ganz (doppiato in toscano), alle prese con lunghi monologhi, pronunciati davanti all’impeccabile presenza scenica di Elio Germano. Impone una sceneggiatura che non sia mai troppo drammatica, ma si sviluppi attraverso le emozioni che scaturiscono dal toccante rapporto tra un padre, dalla vita inarrestabile, e un figlio, fiero e indipendente. Impone di non sfociare mai nel biopic, di suggerire immagini più che mostrarle, di mantenere sempre alto l’interesse tramite l’evocazione della misteriosa bellezza del mondo e della vita. “Sono stato molte cose e alla fine non sono niente” – parole di Tiziano Terzani, che il film non riesce completamente a trasformare in racconto. “La fine è il mio inizio” non riesce a toccare lo spettatore quanto l’omonimo romanzo,  forse perché troppo in bilico tra la mente e il cuore, nonostante voli sempre alto, quando gli affascinanti monti toscani che lo incorniciano.

VOTO: 7


NON LASCIARMI
(USA/Gran Bretagna, 2010, 103’) di Mark Romanek.
Con Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley.

Recensione di:
Andrea Cagno

Siamo in un collegio inglese, rigido e ordinato come i film ci hanno sempre insegnato essere. La tutrice severa, l’insegnante premurosa che viene licenziata e cliché vari, magistralmente utilizzati, ci accompagnano nella prima metà del film. Seguiamo la tenera storia di tre bambini e del loro triangolo amoroso. I bambini crescono, si amano quindi devono donare gli organi e prepararsi, nel giro di pochi anni, alla morte.  E' il 1960 e ci si serve dei cloni a tal scopo. I bimbi-clone arrivano dunque all’età adulta tra ingenua spensieratezza e rassegnata consapevolezza. Queste piccole e umanissime riserve di organi accettano stoicamente il loro destino chiedendosi quanto esso sia giusto ma con un’ assenza di istinto di sopravvivenza che rasenta l’assurdo. L’ingiusta condizione dei “cloni da organi” viene esposta con cura ed empatia, mentre la fotografia di Kimmel rende il tutto godibile e grazioso. Tetramente alla moda. E’ indubbiamente un film che spiazza, emoziona e coinvolge. Ci trasporta in una realtà parallela senza mai toccare il grottesco, poi magari viene da chiedersi contro chi o cosa se la prenda. Un film ricco di buone trovate, mai sviluppate, che corre il rischio di portare messaggi paradossalmente inquietanti. Se non questo, è la malafede. Funzionale l’interpretazione di Knightley e Garfield, davvero notevole quella della protagonista Carey Mulligan.

VOTO: 5


 

LIMITLESS
(USA, 2010, 105’) di Neil Burger.
Con Bradley Cooper, Robert De Niro, Abbie Cornish e Anna Friel.
Sceneggiatura di Laslie Dixon (tratto dall’omonimo romanzo THE DARK FIELDS di Alan Glyn).

Recensione di:
Andrea Cagno

Eddie Morra, uno scrittore in grave crisi economica, sentimentale e professionale, prova una nuova droga eccitante, l’NZT. In breve, tutti i suoi problemi si risolvono. Mette da parte l’arte, specula in borsa e diventa ricchissimo, col solo effetto collaterale di qualche vuoto di memoria e un omicidio. Eddie è però una persona carica di buoni sentimenti e, affinché tali incidenti non si ripetano, decide di smettere. Ma la droga fa male solo se assunta sregolatamente, Eddie troverà dunque la dose adatta a lui e continuerà la scalata al successo. Così ci viene propinata, in chiave straordinariamente positiva, una realtà moderna: la civiltà del tutto, subito e facilmente, narrata attraverso il simpaticissimo e carismatico Eddie, eroe senza ombra col volto angelico di Bradley Cooper. Tutto il cast tecnico, proveniente in gran parte da pubblicità e videoclip, mira perlopiù a rendere intrigante e glamour l’effetto della droga. Lo stesso Neil Burger, regista di numerosi spot pubblicitari, non si smentisce esaltando  i pregi dell’NZT. Tutto il film non è che una vorticante, kitsch, scorretta ma divertentissima pubblicità di un prodotto, al momento, non presente sul mercato. La chiave di lettura della storia dovrebbe offrircela il protagonista all’inizio del film: “è un romanzo di fantascienza, ma è anche una critica alla società dei nostri tempi”. Ma la critica dov’è? In fondo, se un personaggio tanto positivo riesce a non trovare affatto sbagliato impasticcarsi per raggiungere i propri obiettivi non si vede perché dovremmo farlo noi. Più che altro, pare una fantasia dell’autore del romanzo da cui il film è tratto. Magari semplicemente vorrebbe cambiare mestiere, se solo ne avesse le capacità o la pillola adatta.

VOTO: 4

Recensione di:
Umberto Bendini

Uno scrittore fallito e neo-single balza al successo finanziario e personale grazie ad una “smart droug”, fornitagli dall’ex cognato spacciatore, che gli permette di usare il 100% del potenziale del suo cervello. Percezioni, ricordi, calcoli, assimilazioni: tutto è amplificato. Ma non mancheranno effetti collaterali e scorte che si assottigliano, polizia e mafia, intrighi politici e un Robert De Niro in completo su misura prima di arrivare ad un lieto fine. “Cosa farebbe lo spettatore con pillole del genere?” è la questione che vogliono instillare il regista Burger e la sceneggiatrice Laslie Dixon. Purtroppo, “Limitless” è film troppo in mano all’attore Bradley Cooper (indimenticabile in “The Hangover”) e alla post-produzione dei mirabolanti effetti fotografici per mascherare improbabilità narrative (una bambina sventolata in aria per sfregiare un inseguitore colpendolo coi pattini che indossa, o una casa blindata da 8.5 milioni di dollari forzata da tre brutti ceffi armati di sega elettrica) e cliché culturali. Detto questo, un film ottimamente confezionato e interpretato, esteticamente eccitante e assolutamente godibile. Un trip galoppante che tiene inchiodati alla poltrona per due ore, a tifare e temere per il protagonista, e che offre persino spunti efficaci e allusioni allo stile di vita a cui siamo abituati. Wall Street, parte per il tutto, è metafora del nostro desiderio di avere tutto subito, le opportunità sono talmente veloci da permetterci a malapena di notare quando le manchiamo, e vengono i brividi al pensiero che usiamo solo il 20% del nostro cervello. Insomma, una sceneggiatura perfettamente congeniata su un’idea tutta da sfruttare, ma nella quale i troppi temi in ballo rischiano di far perdere la retta via e forse la grande occasione. Da segnalare, le interessantissime e pirotecniche immagini sui titoli di testa: quelle potrebbero valere da sole il prezzo del biglietto.

VOTO: 5

 

HOP
(USA 2011, col., 35mm, 95’) di Tim Hill.
Con James Marsden, Russel Brand, Kaley Cuoco, Gary Cole.

Recensione di:
Andrea Cagno

Dopo Roger Rabbit e Bugs Bunny, arriva un altro coniglio a dividere la scena con attori in carne e ossa. Si tratta di C.P., il figlio teenager del coniglio pasquale che si appresta, malvolentieri, ad ereditarne il titolo. La passione per la batteria lo spingerà a scappare ad Hollywood per fare avverare i suoi sogni. Qui incontrerà Fred, un fannullone disoccupato che abita temporaneamente in una lussuosissima villa. Fred aiuterà C.P. prima a seguire il sogno della musica ed infine a ritornare ai suoi doveri di erede (sic!). Ironia della sorte, nella versione italiana, C.P. è doppiato da Francesco Facchinetti, che di “figli di” se ne intende e infarcisce di un “bella zio” di gusto provinciale qualsiasi discorso del coniglio. Forse c’era bisogno di un sapore nostrano per farci godere una storia che è l’ironica riproposta di una tradizione anglosassone a noi aliena (il coniglio pasquale che consegna le uova di cioccolata) in chiave film natalizio americano: la slitta che vola, la fabbrica fatata e Santa Claus nei pasticci alla Vigilia, con l’unica differenza che a essere nei guai è un Coniglio Pasquale, tra l’altro, abbastanza rotondetto. Il film è comunque godibilissimo e divertente, tecnicamente molto avanzato nel fondere live action e grafica 3D, con una colonna sonora leggermente atipica per un film per bambini (un rock’n’roll di gusto discotecaro), giustificata dalla passione musicale del protagonista. “Hop” è un film per bambini e ci si chiede quanto possano interessare Playboy e Supercar al target a cui è rivolto. A tratti diverte soltanto i grandi, d’altronde qualcuno dovrà pur accompagnarli al cinema.

VOTO: 7

Recensione di:
Graziano Molino

Hop è un film di animazione e live action, con attori in carne ed ossa, che si deve a quei geniacci della Illumination Entertainment (quelli, per intenderci, di Cattivissimo Me). Questa in sintesi la trama. C.P., il figlio adolescente del Coniglio Pasquale, ama molto suonare la batteria e non ha affatto intenzione di prendere in mano le redini dell’azienda paterna (stupendi, a questo proposito, i titoli di testa). Decide, perciò, di scappare dall’Isola di Pasqua per andare a coronare il suo sogno, ed è ad Hollywood che incontra Fred, un ragazzone che, al contrario, non riesce proprio a staccarsi dal suo nido familiare e che ha idee decisamente poco chiare sul proprio futuro. Un incontro capace di cambiare la vita, mentre nella fabbrica di papà, il grosso pulcino Pablo ha deciso di organizzare un golpe... Film per tutta la famiglia, in cui spiccano musiche e protagonista. Certo, il sogno di C.P. per la musica poteva essere molto più approfondito (alla fine sembra quasi l'abbia dimenticata la sua amata batteria), comunque riuscitissimo sul versante dell’animazione (firmata Universal). Meno efficace è il mondo reale, per quel suo look da telefilm per teenagers. In ogni caso, un bell’invito a sognare, rivolto a grandi e piccini.

VOTO: 7


BORIS
(Italia, 2011, col., 35mm, 108’) di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo.
Con Francesco Pannofino, Ninni Bruschetta, Antonio Catania, Caterina Guzzanti, Pietro Sermonti, Giorgio Tirabassi, Paolo Calabresi, Alberto Di Stasio, Massimiliano Bruno, Alessandro Tiberi, Carolina Crescentini.

Recensione di:
Roberta Mariani

Non delude le aspettative dell’affezionato alla serie l’omonimo film trattone: Boris. Personaggi già noti si mescolano a nuovi volti ad ampliare le gag e la struttura narrativa, trasformando mirabilmente la serie in un vero e proprio film. La critica al deturpamento della cultura, e più specificatamente del cinema, si fa più serrata ed evidente, assumendo una posizione primaria nella narrazione, che sfuma maggiormente sul privato dei personaggi. Ed anche la satira diviene più pungente e mirata a colpire situazioni e volti noti della politica e del cinema italiani, che, celati dalla caricatura goliardica, lo spettatore dovrà spesso indovinare. Nuovamente confermata la bravura degli attori e la rara professionalità dei tre registi nell’arduo compito di rielaborare e sezionare le scene, dando vita ad un film capace di autonoma esistenza. Il ritmo è brillante, tra leitmotiv e novità. Ma, soprattutto, l’opera si erge ad esempio proprio di quella distinzione, verso la quale punta l’indice critico, tra il comico cinepanettone e la vera commedia all’italiana. E dai, dai, dai!

VOTO: 8


BEYOND
(Svezia 2010, col., 35mm, 95’)
di Pernilla August.
Con Noomi Rapace, Ola Rapace e Tehilla Blad.
Liberamente tratto dal romanzo di Susanna Alakoski “Svinalangorna”.
Premio del Pubblico alla 57° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Recensione di:
Umberto Bendini

Un film sincero e terribilmente crudo. Che sfiora il documentaristico, tanto da farci distogliere lo sguardo nei momenti più angoscianti. Intimo e soggettivo, merito dei dettagli di cui è composto, dalle atmosfere che lo pervadono. Sempre solidale con la protagonista, bambina e adulta, nei due racconti temporali che alterna. Un film sulla scelta, tra negazione del proprio passato e necessità di affrontare problemi irrisolti. Con uno stile asciutto, Beyond ci mostra come una donna possa fare i conti con la propria inaccettabile infanzia, senza mai sentirsi in obbligo di rinunciare alle emozioni, ai primi piani e alle musiche, alle riflessioni sul contesto sociale. La protagonista è, infatti, una donna cresciuta in Svezia in una famiglia povera di immigrati finlandesi. Ora, ha la sua vita, il suo lavoro, la sua piscina per rilassarsi, un marito premuroso e due bambine felici. Ma una telefonata dall’ospedale, in cui la madre si trova in fin di vita, ci porterà a scoprire il suo terribile passato. E anche lei sarà obbligata, sia da un senso morale di cui non è priva che da un marito che tenta di bucare il muro del suo silenzio, a fare i conti con i suoi ricordi di bambina. Un infanzia che l’ha costretta ad indossare i panni di una donna per proteggere se stessa e il fratello minore da una madre incapace di gestire il ruolo di moglie e di madre, e da un padre alcolizzato e violento. I momenti di pausa (come il tragicomico diario/dizionario tenuto dalla precoce protagonista), fortunatamente, non mancano in un film nel quale i tratti più spensierati dell’infanzia portano lo spettatore sempre a temere il peggio, un male che puntualmente purtroppo arriva. Si tratta sì di una pellicola sulla violenza, sulla formazione domestica, ma è anche un film sulla menzogna con la quale la donna si trova da adulta a convivere, e dalla quale, in un finale comprensibile e condivisibile, riuscirà ad uscire. Un pizzico di respiro in più in questa parte conclusiva – per riprendere fiato e riavvolgere i cavi dell’emozione – non avrebbe guastato, ma al primo film diretto da Pernilla August, attrice feticcio di Ingmar Bergman, coraggio e  sensibilità non sono certo mancati.

VOTO: 7


ALTRE RECENSIONI


PASSIONE
(2010) di John Turturro.

Recensione di:.
Martina Atzori

John Turturro dirige una appassionata avventura musicale alla riscoperta di Napoli con Passione, singolare docu-musical ambientato nel capoluogo campano che ripercorre la storia della canzone napoletana dall’800 ad oggi. Attraverso i vicoli di Spaccanapoli sino a Castel dell’Ovo, dai quartieri popolari di Forcella alla Napoli sotterranea, artisti partenopei, e non, danno voce alla realtà controversa e cosmopolita di una città che porta i segni di secolari contaminazioni, che confluiscono in ultimo nei beat degli Avion Travel. Dalla dominazione spagnola, suggerita attraverso i ritmi della tammurriata,a quella francese, accennata dalla voce di M’Barka Ben Taleb, sino al più recente contatto con l’America Latina, raccontato dal sax di James Senese. Con Massimo Ranieri e Lina Sastri, nelle vesti della malafemmena, la narrazione assume i tratti sensuali della sceneggiata, della “storia costruita attorno alla musica”, inframmezzata dai toni più attuali del videoclip, il tutto venato da quella particolare ironia che contraddistingue lo sguardo dei napoletani nei confronti della vita. E’ proprio il vitalismo che attraversa le tematiche sentimentali ed esistenziali della canzone napoletana a costituire lo snodo strutturale e sociologico del film. Si passa così dalla celebre O Sole Mio alla Tazzulell ‘e cafè, da Maruzze’, cantata da Marco Pontecorvo, a Caravan Petrol interpretata da Fiorello e dallo stesso Turturro. Il viaggio termina sulle note di Napulè, invito a diffidare dei cliché sulla città, a vedere di persona. per riscoprire questo inestimabile patrimonio della realtà italiana.

VOTO: 8


LA PECORA NERA
(Italia, 2010, col., 93’) di Ascanio Celestini.
Con Ascanio Celestini, Giorgio Tirabassi, Maya Sansa, Luisa De Santis, Barbara Valmorin, Nicola Rignanese, Luigi Fedele.

Recensione di:
Daniela Mitta

Ascanio Celestini appartiene alla razza di chi fa della mitezza un’arma che non perdona. Una razza che, scriveva Pasolini negli anni ’60 – i “favolosi anni ’60” – “non accetta gli alibi, che nell’attimo in cui ride si ricorda del pianto, e nel pianto del riso”. Se dal tessuto ruvido della “Pecora nera” volassero via la poesia, i volti, le fantasticherie infantili, la voce crepuscolare del bravo Celestini che conosciamo, che cantilena, ragiona e affabula, se non ci fossero insomma tutti quegli ingredienti senza i quali il racconto filmico non avrebbe lo stesso sapore, resterebbe comunque Nicola. Prima dell’adulto assennato e mite che accompagna la suora a far la spesa e si prende cura degli internati, il personaggio di Celestini era un bambino dagli occhi seri e brillanti (il promettentissimo Luigi Fedele). I suoi vestiti e la sua famiglia parlano di un’esistenza già marginale e violenta, di umile estrazione: la mamma giace in un letto del manicomio, annullata dagli elettroshock, la nonna compra vestiti e pagelle con uova “che puzzano ancora del culo della gallina”, mentre i suoi rozzi fratelli, in montagna, guardano le pecore e si sollazzano di tanto in tanto con una prostituta. Una sera, però, mentre lo lasciano fuori da solo a giocare con i tizzoni, succede un fattaccio; i medici e le suore non trovano altro modo per curargli il trauma che internarlo. Il colpo di scena arriva tardi, ma quando arriva colpisce duro: la domanda drammatica – chi è Nicola, dove vive e perché – è sparata dritta contro uno spettatore ormai sotto l’incantesimo della voce narrante, insieme a un interrogativo ben più profondo e sconvolgente: chi è matto e chi è sano? Cos’è la pazzia? Forse ha ragione il ‘cameo’ Peppe Servillo, quando col mento indica al piccolo Nicola il dottore: “se si leva il camice è matto pure lui”.
“La pecora nera” riflette certamente il fallimento delle istituzioni totalitarie – i manicomi, il carcere, per certi versi anche la scuola – che, etichettando, creano lo stigma. Ma c’è molta più empatia che militanza, più pietas che rabbia, perché i muri saltano già di loro, senza violenza, per effetto di personaggi che non sono mai, nessuno, definitivamente al di qua o al di là. Le suore scorreggiano, le puttane sono sante, Nicola ha bisogno dello straordinario Giorgio Tirabassi (indimenticabile figura di matto malinconico, spaccone e fragile), quando quello di lui. Lo stesso mondo dei “sani di mente”, rappresentato dalle corsie del supermercato che l’impeccabile fotografia di Daniele Ciprì mette in contrappunto con la penombra sporca dei corridoi dell’istituto, non funziona secondo logiche diverse (“se metti in ordine, poi trovi tutto”). E la mitezza si farà arma davvero, e non perdona, quando alla fine Nicola farà irruzione fra occhiali da sole, cereali e cremini alla ricerca disperata di Marinella (Maya Sansa), quell’isola di purezza e di innocenza cui da piccolo non credette abbastanza.

VOTO: 10
 

BROTHERHOOD - FRATELLANZA
(Broderskab, Danimarca, 2009, col., 90’) di Nicolo Donato.
Con Thure Lindhardt, David Dencik, Nicolas Bro, Morten Holst, Claus Flygare, Hanne Hedekund, Lars Simonsen.

Recensione di
Federica Lemme:

Brotherhood, opera prima del danese Nicolo Donato, è una storia d’amore fra due esseri umani benedetta dal Marc’Aurelio d’Oro al Festival del Film di Roma 2009. Lars, un uomo rinnegato dall’esercito per la sua presunta omosessualità e frustrato dalla famiglia, cerca la fratellanza in un movimento neonazi. Jimmy, uno skinhead col corpo tatuato di rabbia, pesta omosessuali ed extracomunitari. Tra i due nasce una passione proibita che deve scontrarsi col Mein Kampf. Un amore in una situazione estrema che ha la dolcezza della musica dei Sigur Rós, e non dello swastika kommando da cui ci si allontana quando si trova qualcuno da amare – uomo o donna. In uno scenario bucolico, in un mare blu che a tratti ricorda certe scene di The Angelic Conversation di Jarman, il cinema di Donato è un corpo che parla. Con gesti e parole necessari. Commozione. Sensualità cameratesca dalle forme quasi classiche che potrebbe condurre dai marinai di Fassbinder e tra le sbarre di Un chant d’amour di Genet. Accade proprio nell’ultraviolenza, se si riesce ad andare oltre i muri delle ideologie che sono droghe in cui si cerca riparo dall’alienazione. L’aquila del Terzo Reich vola nell’attuale (de)generazione senza amici, fratelli, amanti. Nell’epoca della tolleranza zero dominata dalla finzione della scena che neppure l’arte col suo coraggio riesce a superare. Il sogno d’amare rimane dietro lo schermo in un finale troppo buono per essere vero. Sarà per questo che la visione è vietata ai minori di 18 anni?

VOTO: 8


L’AMORE AI TEMPI DELLO SWASTIKA KOMMANDO
Intervista al regista Nicolo Donato

di  Federica Lemme:

Nicolo Donato parla di Brotherhood, nelle sale italiane dal 2 luglio. Tra perline, barba e capelli lunghi predica la fratellanza sottolineando che il suo “non è un film sul nazismo”. 

Nel film si fa riferimento a Ernst Röhm. Insinua che il nazismo sia omosessuale?
Il film, anche se ispirato dal documentario Men, Heroes, Gay Nazis, è la storia d’amore tra esseri umani in una situazione estrema. Non è un film sui neonazi. E neppure un
gay-movie, non è un nuovo I Segreti di Brokeback Mountain.
Ha avuto problemi durante e dopo le riprese con i gruppi neonazisti danesi?
Non ho avuto problemi. Ma il film sta uscendo in numerosi paesi. Le cose potrebbero cambiare. Durante le riprese abbiamo avuto bisogno di controllo solo durante la prima scena girata in un luogo dove si riuniscono davvero i neonazisti.
Le location del film esprimono la dicotomia natura contro natura?
Inconsciamente sì. Non ho creato appositamente questa opposizione, forse era già dentro di me, insita nella storia. Ma le location sono state studiate. La baita, ad esempio, è naturale come può esserlo l’amore umano.
Stessa sensazione per la colonna sonora alla quale ha collaborato anche lei…
Solo una scena ha il suono nazi. Ho voluto un sound che suonasse organico con il film, che sottolineasse la storia d’amore insieme alla fotografia. Ho collaborato alla scrittura del pezzo musicale introduttivo. L’ho immaginato in fase di scrittura.
Tutto è curato nei dettagli. Il mondo nazi che descrivi è credibile. Quali tipi di ricerche ha fatto?
Ho fatto ricerche, ad esempio, sull’ambientalismo nazista. E ho un amico ex nazi che mi ha raccontato tutto. È stato pure in carcere. Come Lars anche lui aveva mancanza d’amore. Lars vede nel nazismo la famiglia che non ha. Entra a far parte del gruppo perché a casa non è rispettato. La madre vorrebbe che lui diventasse ciò che lei vuole. Il padre è assente. Incontra Jimmy, quasi la figura paterna che gli mancava. Una figura maschile forte. Nessuno nasce cattivo. Tutto dipende da come cresciamo. Le persone che cedono alla violenza lo fanno per alienazione.
Come ha lavorato con gli attori?
Ho fatto il fotografo di moda per dieci anni. Sono abituato a stare a contatto con le persone. Chiedo agli attori di pensare a dove sono, non alla macchina da presa, o alle battute. Bisogna parlare con i gesti.
Prossimo film?
August. Un padre va in depressione per aver perso la figlia malata di cancro. Tenta il suicidio. Conosce una donna, e inizia una lenta risalita. Anche la prossima sarà una storia d’amore.


ALICE
(Italia, 2010, col., 99’) di Oreste Crisostomi.
Con Camilla Ferranti - Catherine Spaak - Fioretta Mari - Massimiliano Varrese - Giulio Pampiglione.

Recensione di Federica Lemme:

Crisotomi avrebbe voluto scrivere sullo schermo un romanzo di formazione in forma postmoderna ispirandosi a un Carrol ormai scomodato da troppi artisti. Ma la storia è un susseguirsi di noiosi e vecchi cliché. Una ragazza sognatrice e imbranata passa le giornate fra teatro e letteratura pensando a un amore impossibile, fino a quando finisce nelle braccia del nerd di turno. Al contrario delle poetesse d’oggi, che non trascorrono le ore a sognare i cioccolatini del principe azzurro, questa Alice è una perfetta idiota alle prese con una madre troppo ingombrante e un padre che abbracciato a un aspirapolvere crede di ballare come Fred Astaire. Tra una fotografia dai colori esasperati che invece di riprendere i quadri di Hopper sembra uscita da una bancarella hippie, e citazioni che vanno dalla Amanda Lear dei CCCP a Norma Desmond fino alla profanazione di Fellini e Sylvia Plath, si vorrebbe rendere poesia il rumore della vita. Lasciarne uscire l’eco in incantesimi di surreale quotidianità cercando di calcare il Gondry di L’arte Del Sogno, il Jeunet di Il Meraviglioso Mondo Di Amelie e Delicatessen. Invece il regista, che sostiene di rifarsi alle solitudini di Kaurismäki, cade in una mal recitata apologia della famiglia che ricorda più le battute di una fiction. Pensando alla Catherine Spaak di Ferreri e Damiani c’è da piangere a guardarla in questo film. L’esordio dell’unico giovane, classe 1982, del cinema italiano è un teatro degli orrori più che un Paese delle Meraviglie.

VOTO: 4


ROBIN HOOD
(USA 2009, Col. 141’) di Ridley Scott.
Con Russell Crowe, Cate Blanchett, Max Von Sydow.

Recensione di Lorenzo Pelosini:

Nel XIII secolo, uno degli arcieri al servizio di Riccardo Cuordileone durante le Crociate, Robin Longstride (Russel Crowe), viene incaricato di riportare la corona del Re appena defunto in Inghilterra. Tornato in patria, col nome di Robin di Loxley, incontrerà la risoluta Lady Marion (Cate Blanchett) e si troverà faccia a faccia con gli abusi compiuti dal Principe Giovanni e con un imminente invasione francese. A quasi vent’anni dall’uscita di Robin Hood il Principe dei ladri di Kevin Reynolds, Ridley Scott dirige la sua versione della storia del leggendario fuorilegge. Ma se il Robin Hood di Mel Brooks era diverso dal precedente perché “non era uno che ballava con i lupi”, quello di Scott neanche ruba ai ricchi per dare ai poveri: risulta piuttosto una versione medioevale del Gladiatore, con l’aggiunta di arco e frecce. L’intento è quello di narrare gli eventi che portarono Robin Hood a divenire un fuorilegge, ma l’idea di un “eroe in formazione” non funziona, a partire dal fatto che la sceneggiatura di Brian Helgeland priva il bidimensionalissimo personaggio di Russel Crowe di una qualunque evoluzione, privilegiando nella narrazione un’inutile matassa di intrighi di corte. Esclusa la comunque poco appassionante battaglia finale, il film lascia del tutto freddi e, ad eccezione di qualche prova di bravura della sempre straordinaria Cate Blanchett e dello stoico Max von Sydow, il film stenta ad emozionare. Malgrado il prodotto finale sia tecnicamente quasi impeccabile, la riproposta formula del Gladiatore non funziona, anche perché al fiacco protagonista non vengono mai contrapposti degni avversari, come l’imperatore Commodo di Jaquin Phoenix o il perfido sceriffo di Alan Rickman (in questa versione lo sceriffo di Nottingham è ridotto a poco più di una comparsa). Nel complesso, un film di cui non si sentiva il bisogno.

VOTO: 6


IRON MAN 2
(USA 2009 – Col. 125’) di Jon Favreu. Con Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Michey Rourke, Scarlett Johansoon.

Recensione di Lorenzo Pelosini:

Dopo aver svelato la sua identità segreta, l’eccentrico miliardario e inventore Tony Stark, alias Iron Man (un divertito e divertente Robert Downey Jr.), si gode la popolarità, ma dovrà fare i conti con il suo cuore artificiale (che alimenta anche la sua armatura), non più in grado di mantenerlo in vita, e con un nuovo nemico riemerso dal passato. Intanto, nuovi alleati e vecchi amici si schierano al suo fianco. Forte del successo del primo film, Jon Favreau dà vita ad un rocambolesco seguito che mantiene inalterata l’atmosfera del primo capitolo. Ma, la sceneggiatura di Justin Teroux (già autore del nebuloso copione di “Thropic Thunder”) non è delle più valide: la trama è annacquata e i molti nuovi personaggi - uno fra tutti la Vedova Nera (Scarlett Johansson) - risultano inutili e ingombranti. Insensata anche l’improvvisa ostilità del personaggio del colonnello “Rhodey” Rhodes (qui interpretato da un fiacchissimo Don Cheadle, che sostituisce l’assai più valido Terrence Howard), il quale, per la gioia dei fan, indossa finalmente l’armatura di War Machine. L’antagonista di turno, Ivan Vanko (Mickey Rourke), è invece poco interessante e diverte solo a tratti: Rourke sfoggia un ostentatissimo accento russo e una recitazione davvero piatta. La colonna portante del film resta Tony Stark, un vero anti-Bruce Wayne: plutocrate esibizionista e solare, provocatorio e affascinante che getta in piazza la sua identità segreta e si bea della sua gloria. L’interpretazione di Downey Jr. non necessita dell’armatura di “Iron Man” per scintillare. Anzi, i suoi primi piani e le sue battute sarcastiche divertono molto di più del volto metallico del suo alter-ego d’acciaio. Nel complesso, un film tutt’altro che perfetto, tuttavia godibile. Stan Lee fa un cameo nella parte di Larry King e la colonna sonora è firmata dagli hard & heavy AC/DC.

VOTO: 7


LA PAPESSA
(Germania/Gran Bretagna/Italia/Spagna 2009 – Col. 149’) di Sonke Wortmann.
Con Johanna Wokalek, David Wenham, John Goodman.

Recensione di Daniela Mitta:

Dopo due ore guardi l’orologio e hai un fremito: Johanna non è ancora assurta al soglio pontificio. E per un film che si chiama “La Papessa”, questo è un problema. La biografia della leggendaria Giovanna, diventata Santa Madre sotto mentite spoglie maschili come Johannes Anglicus, è portata sul grande schermo da Sonke Wortmann ma di grande, appunto, c’è solo lo schermo. O, al limite, il respiro di certi campi lunghi, di prassi quando giri il filmone sull’antica Roma (che tra l’altro manco è Roma bensì Ouarzazate, Marocco). Per il resto, “La Papessa” non è all’altezza delle sue ambizioni: vorrebbe essere solenne invece è noioso, e non gli riesce d’essere epico, nonostante le lente panoramiche laterali e i dolly a spiovere sulle scene corali. Tutto è fatto a modino, anche troppo, nessuna invenzione registica salva una sceneggiatura banale che risolve il dialogo più atteso con una frase degna del peggior neomelodico sanremese. Quando Giovanna deve comunicare all’amato Gerold (David Wenham) chi sceglierà fra lui e Dio, stronca ogni possibile replica con un “Ti amo, ma il mio posto è qua”. Ed è singolare che in un film che critica l’ottusa ostinazione della Chiesa sull’”inferiorità” della donna, la Wokalek risulti saccente e gelida a confronto con papa Sergius (uno strepitoso John Goodman). Peccato tanta trascuratezza in un film che parte benino, con incursioni nella boscaglia sassone alla Peter Jackson. Invece, non appena papessa, Johanna si limita a tentare di promuovere le quote rosa nella formazione delle gerarchie ecclesiastiche. Molto meglio l’Ipazia di Amenabar.

VOTO: 5


MANOLETE
(Spagna/Gran Bretagna 2007 – Col. 92’) di Menno Meyjes.
Con Adrien Brody, Penelope Cruz, Santiago Segura.

Recensione di Fabio Leli:

“Manolete” non è la storia di un torero. “Manolete” non è una storia d’amore. “Manolete” è il mix straziante e commovente di entrambi gli ingredienti. In questo film, Meyjes ci racconta la vita del più famoso e leggendario torero della storia. Ci fa entrare nella sua esaltazione, nei successi, nelle vittorie. Ma anche nella sua sofferenza, nel dolore e nelle indecisioni. Adrien Brody è straordinario nella parte del grande torero. Sia per la sua bravura, sia per l’incredibile somiglianza. Riesce a far innamorare il pubblico, a farlo soffrire insieme a lui quando scopre che dietro al suo immenso talento c’è un uomo fragile, circondato da un gruppo di assistenti sanguisughe e da una famiglia che lo sfrutta economicamente. Lui non riesce a ribellarsi e ad imporsi con le persone che lo circondano. Ẻ pienamente vivo solo nell’arena. Ma trova più difficile domare una donna che un toro. La bellissima Guadalupe (Penèlope Cruz), infatti, gli scombina l’esistenza, mentre il film scorre in modo confuso. I brevi, e troppo frequenti, salti temporali che il regista sceglie per raccontare l’intreccio sono un ostacolo per lo spettatore. L’inquadratura del passaggio del velo del torero ad ogni salto diventa un motivo troppo ripetuto, che alla lunga stanca. La storia è perturbante, ma mai coinvolgente al cento percento. E’ il personaggio di Manolete a catturare lo spettatore, a  commuovere e appassionare. Ẻ lui il centro del film, ed è sicuramente, “il mostro più bello che abbiamo mai visto”.

VOTO: 6


THE ROAD
(USA 2009, Col. 112’) di  John Hillcoat.
Con Viggo Mortensen, Kodi Smit-Mcphee, Charlize Theron, Robert Duvall.

Recensione di Federica Lemme:

“Una fiaba da notte invernale senza stelle”, cantano gli Einstürzende Neubauten, per cui John Hillcoat ha realizzato bellissimi video. Come quelli diretti per alcuni degli artisti più decadenti della storia della musica. Come Nick Cave, con il quale il regista è entrato nel grande schermo collaborando alla scrittura dei primi lungometraggi. E’ Cave, con Warren Ellis, a firmare la colonna sonora di questa bella trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Cormac McCarthy, “The Road”, “una fiaba da notte invernale senza stelle”. Una strada post-industriale percorsa a ritmo di marcia funebre dal dolore degli occhi di Viggo Mortensen, un padre in cammino col proprio figlio verso un sud di salvezza mentre gli uomini e le donne dormono nel vuoto atomico di un mondo ridotto in cenere da una misteriosa catastrofe. Tra le lamiere delle auto c’è la morte. Come sotto le coperte. Il mare non è più blu ma sembra fatto di eternit. Gli alberi sono antenne spezzate di una centrale elettrica in disuso, perché in questo film c’è solamente buio. E luce sbiadita sono i ricordi. La sola cosa umana insieme alle parole, poche, lente, essenziali come in una preghiera, lungo un’esistenza popolata da cannibali. Si piange mentre tutti, uomini e donne, dormono. Il calore delle lacrime è un accenno alla vita che non cessa di esistere neppure in questo post-apocalyptic murder drama. Ti chiedi perché. Forse solo alla fine del mondo è dato saperlo. “Ora torna all’oscurità e al freddo e rimani dannato”.

VOTO: 8


AGORA
(Spagna 2009 - Col. 128’) di Alejandro Amenábar.
Con R. Weisz, M. Minghella, O. Isaac, A. Barhom,  M. Lonsdale, R. Evans.

Recensione di Daniela Mitta:

Se Benedetto XVI non avesse già abbastanza grattacapi, a dare l’ennesima mazzata a una Chiesa in crisi ci si mette pure Amenábar. Nel suo bel colossal illuminista i cristiani sono brutti, sporchi, cattivi: prima provocano i miti pagani, poi gli ebrei; se abbracciano gli umili (lo schiavo Davo) non è per dare salvezza ma per assoldarli contro i “padroni”. Perfino la distribuzione del pane ai poveri ha più della sfida che dell’atto di carità, e quando l’Editto di Teodosio I vieta infine i culti pagani, la statua di Serapide è trascinata a terra dalle corde come quella dello zar di Ejzenstejn o di Saddam. Prima dei corpi, vittima dei fanatismi è la ragione, cioè Ipazia, capo della scuola di Alessandria d’Egitto prima, durante e dopo il rogo della biblioteca. Fedele solo ai suoi studi e perciò perseguitata dai cristiani, molto prima di Giordano Bruno e Galileo, Ipazia è più dell’antinomia scienza/religione: amata da uno schiavo tormentosamente devoto e dal prefetto Orazio (che invece la rinnegherà in nome di una primitiva “ragion di stato”) smaschera lo stridore fra convinzioni personali, sentimenti e ideologie. Ma è anche il volto mite del relativismo, che non è anarchia morale, assenza di un “centro” di valori, ma esercizio del dubbio e accettazione della provvisorietà di ogni verità. Cos’altro è, infatti, il cerchio, “se non un’ellisse i cui due fuochi sono così vicini da sembrare uno solo”?. Tutto cambia se a variare è lo sguardo, e il solo modo per ristabilire le giuste proporzioni è sollevarlo a una distanza “divina”. Il film sembra la soggettiva di un dio: dagli spazi siderali zooma fin dentro ai rotoli di pergamena, e quando gli uomini eccedono col sangue il suo sguardo s’affatica e, nauseato, s’allontana. “La filosofia!”, dice un cristiano a Ipazia, “Proprio ciò di cui si sente il bisogno in un momento come questo!”. Oggi che molti misteri dell’universo sono già stati svelati, basterebbe forse anche solo un po’ di laicità.

VOTO: 8

Recensione di Federica Lemme:

Il fanatismo religioso come distruttore dell’amore per la conoscenza. Nel quarto secolo D. C., la civiltà d’Alessandria d’Egitto è al declino.  Amenábar lo osserva in un film che guarda nella storia simbolo di Hypatia, donna filosofo stuprata a morte dall’ignoranza religiosa dei parabolani cristiani che tutto distruggono e nulla perdonano in nome di Dio. Mentre lei, atea, perdona la violenza esercitata da uno schiavo che, abbandonando le sue lezioni per affidarsi al cristianesimo, si è reso cieco servo criminale di quel Dio ottuso. L’occhio del regista si abbassa sul tratto sinuoso del cerchio terrestre disegnandolo nelle morbide linee di una donna martire per la conoscenza che vuol dire libertà. Vittima delle imposizioni religiose che la vorrebbero muta e col corpo coperto. Senza possibilità di scelta. Ma Hypatia ha deciso di scegliere, malgrado ciò significhi perdere la vita. Amenábar la fa morire nuda mostrando uno scrigno di cui non c’è da vergognarsi, perché in esso risiede il pensiero. Tracciato in un film circolare, imperfetto, che riesce a mettere in guardia da quei poteri assolutistici che ancora sono in agguato. Perché la storia dell’umanità ruota su se stessa.

VOTO: 6

 

GLI ABBRACCI SPEZZATI 
(Spagna 2009, col., 127’) di Pedro Almodovar.

Recensione di
Fiorella Bizzarro:

Harry Caine è uno sceneggiatore smaliziato sulla soglia della terza età. In realtà, il suo nome è Mateo Blanco e in passato è stato un regista piuttosto noto, ma a causa del trauma in cui ha perso la vista ha deciso di tagliare i ponti con il passato e di assumere una nuova identità. Vive in solitudine, aiutato dalla sua agente Judit e dal figlio di lei, Diego. È proprio grazie a quest’ultimo che Mateo avrà il coraggio di ripercorrere il passato, ricordando il suo incontro fatale con  l’affascinante Lena, un’attrice con poco talento dal passato turbolento, che vive un rapporto senza amore con un ricco industriale molto più vecchio di lei. Da questo rapporto squilibrato nascerà una serie a catena di vendette morbose. Mateo riuscirà a ricomporre il mosaico di questa esperienza, solo dopo aver scoperto i tasselli mancanti al suo ricordo. Forse, finirà finalmente il suo ultimo film, perché “I film vanno sempre finiti, seppure alla cieca”.   
La doppia vita, la passione spezzata, il passato non risolto - temi tanto cari al regista spagnolo - si fondono in questa nuova pellicola in un crescendo di emozioni forti e allo stesso tempo delicate. Almodovar parla ancora di qualcosa che lo riguarda personalmente, imbastendo i suoi concetti nel metacinema. Nasce così questo omaggio al cinema d’autore, e sono tante le citazioni ai Maestri – tutti rigorosamente italiani – da Rossellini a Fellini, allo sceneggiatore Tonino Guerra. Gli occhi che rivelano la verità sono sempre doppi, così come le telecamere sulla scena. Qualche soluzione narrativa lascia incerti, ma si può perdonare un po’ di leziosità dovuta all’intensa passione che Almodovar non manca mai di trasmettere attraverso la sua poetica. Le emozioni in questa pellicola si possono anche toccare, come ci dimostrano le mani di Mateo sulle immagini del volto innamorato di Lena. Penelope Cruz, musa indiscussa del regista madrileno, è sempre più a suo agio nel ruolo d’icona triste e passionaria. Assolutamente ironico è il finale. Il film nel film ci rivela un inaspettato sottofondo di commedia, proprio in quel progetto che è stato fonte di un’immane tragedia.   

VOTO: 7

 

IL PETROLIERE
(USA 2007, col.,n158’) di Paul Thomas Anderson.
Con Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Kevin J. O'Connor, Ciarán Hinds, Dillon Freasier.

Recensione di
Michele A. Antonelli:

Signori, il cinema. Venti minuti iniziali da urlo, un colossale atto di riverenza nei confronti dei grandi film muti hollywoodiani degli Anni Dieci e degli Anni Venti (da Griffith a Von Stroheim). Venti minuti in cui il regista Paul Thomas Anderson ci presenta il suo one-man movie con un insuperabile Daniel Day-Lewis. Si ispira ai grandi Anderson, e riesce nell’impresa di girare un film mettendo insieme i grandi spazi fordiani, gli immensi personaggi di Von Stroheim e l’onnipotenza di Orson Welles. Dirige una delle opere più coraggiose e rischiose degli ultimi anni raccontando la superba ascesa al potere di Daniel Plainview, spietato ricercatore di petrolio disposto a tutto pur di diventare il più popolare. Distaccandosi completamente dallo stile a cui ci aveva ormai abituati - il racconto corale ispirato a Robert Altman (Magnolia, Boogie Nights) -, Anderson questa volta si sofferma su un unico personaggio, un meraviglioso misantropo, analizzandolo in ogni sua parte e conducendoci nel profondo della sua anima nera. Con un montaggio solenne, una fotografia dai forti contrasti e con i dissonanti archi di Jonny Greenwood – chitarrista dei Radiohead – il film raggiunge un livello di violenza psicologica che mette i brividi. There Will Be Blood è in fondo anche una grande “storia d’amore”: l’amore di un uomo per se stesso. Quel che spinge Daniel Plainview a cercare il petrolio non è tanto il desiderio di ricchezza, quanto l’ambizione di diventare Potente, il più Potente. Consapevole delle proprie capacità, Daniel “sacrifica” progressivamente tutto - la famiglia, i rapporti con gli altri, i “valori” come l’amore, la fratellanza, ecc. - pur di dedicarsi a se stesso, dando inizio ad una sfida che lo porterà a dover combattere sempre e solo contro il proprio titanico Io. Lo scontro con la fede e con il predicatore (interpretato da un ottimo Paul Dano) diviene metafora del suo stesso conflitto interiore. Daniel è un modello tragico, solo, folle, magniloquente, prepotente. La sua storia non può che compiersi in tragedia. Come tutti gli assetati di grandezza raggiunge caparbiamente e cinicamente il suo obiettivo, ma nello stesso momento perde tutto, si trasforma, si autodistrugge fino a raggiungere la più lucida pazzia. Magistrale e terrificante l’ultima sequenza. Scorrerà del sangue. Nelle vene di Plainview, il petrolio. Capolavoro assoluto.

VOTO: 10

 

NEL PAESE DELLE CREATURE SELVAGGE
(Usa 2009, Col., 101’) di Spike Jonze.

Recensione di
Daniele Lattari:

Max è un bambino di nove anni dal carattere turbolento. Sua madre, una donna sola che tenta di rifarsi una vita con altri uomini, non gli dedica l'attenzione e l'affetto che lui vorrebbe. Insofferente, il ragazzo scappa di casa per rifugiarsi nel ‘bosco’ dei sui pensieri, dove incontra bestie giganti altrettanto turbolente che lo nominano Red. Tra guerre di zolle e corse nei deserti, tra un albero che cade e salti vertiginosi, rischia la vita in un luogo dove tutto è lecito e nulla è vietato. Terzo film, come regista e sceneggiatore, per Spike Jonze, che riporta sul grande schermo un racconto illustrato di Maurice Sendak dai toni dark e malinconici. Anche se tratto da un libro per bambini, il film è più adatto ad un pubblico adulto per le sue atmosfere poco rassicuranti e per la chiave di lettura che un bambino non riuscirebbe a cogliere: solo con un’analisi di noi stessi riusciamo a prendere consapevolezza delle nostre emozioni. Ottima la recitazione, bellissime le creature impersonate da attori e la scenografia, meno interessanti i dialoghi, spesso noiosi. Sicuramente un film da vedere.

VOTO:  7

 

NEMICO PUBBLICO
(Usa 2009, col., 130’) di Michael Mann.

Recensione di
Michele A. Antonelli:

Siamo nel 1933, durante il quarto anno della Grande Depressione della storia americana. Il film racconta gli ultimi mesi di vita di John Dillinger, il gangster più famoso dell’epoca che con le sue fughe rocambolesche rivelò i limiti investigativi del Bureau Of Investigation (FBI), e che per la gente comune divenne un esempio di ribellione alla crisi di quegli anni.
In apparenza gangster-movie, il film è in realtà un meraviglioso melodramma ambientato nell’epoca dei grandi gangsters e rapinatori di banche, una passionale storia d’amore tra Dillinger – l’elegante Johnny Depp – e Billie, la “donna del popolo” – un’affascinante Marion Cotillard - unica vera via di fuga del protagonista.
Ancora una volta, come in Heat, Insider, Alì, Collateral, Miami Vice…, Mann ritrae in maniera magistrale la solitudine dei personaggi, incollandosi letteralmente ai loro volti, alle loro espressioni come solo lui sa fare, avvalendosi della più moderna delle tecnologie – il digitale – e narrando una storia di classica epicità. Il digitale si rivela una scelta più che sensata per un film dal soggetto classico, poiché permette allo spettatore di penetrare a fondo nella realtà dell’epoca e di “pedinare” i personaggi senza quel distacco “plastico” che la pellicola crea. Un’opera fatta di primi e primissimi piani, di movimenti di macchina a mano emozionali, di timide e rapide zoomate e di veloci stacchi di montaggio – esemplare anche il lavoro sul sonoro e bellissima la fotografia di Dante Spinotti. Ma la nota distintiva più appassionante dei film di Michael Mann è che tutti i personaggi, protagonisti e non, sono trattati dall’autore con il dovuto rispetto, cioè tutti ben delineati, romantici, e di ognuno di essi, buoni o cattivi che siano, Mann ti farà scorgere sempre qualcosa di bello, fosse solo un attimo o uno sguardo – il dialogo finale tra Winstead (Stephen Lang) e Billie, la donna di Dillinger, è struggente. Uomini e donne che conoscono il loro destino ma non hanno paura di affrontarlo –  J. Edgar Hoover (Billy Crudup), Melvin Purvis (Christian Bale), il già citato Winstead – e che meriterebbero ognuno il ruolo di protagonista in un film. Insomma Michael Mann, assieme a Clint Eastwood, è il più grande cineasta vivente e realizza un altro magnifico capolavoro.

VOTO: 10

 

UP 
(Usa 2009, Col., 104’) di Pete Docter e Bob Peterson.

Recensione di
Vera Santillo:

Usa 1934. L’esploratore Charles Muntz parte a bordo di un dirigibile alla volta dell’America del Sud. Il suo obiettivo è riportare in patria una specie sconosciuta di uccello e dimostrarne così l’esistenza. Colpiti dalla figura di Muntz, due bambin,i Carl ed Ellie, progettano di compiere un viaggio simile, verso la conquista delle mitiche Cascate Paradiso dove poter costruire la propria casa. I due si sposeranno, ma il viaggio verrà intrapreso dal solo Carl molti anni dopo. A bordo della propria casa volante, ormai anziano, inizierà la più grande avventura della sua vita. In compagnia dell’improbabile e volenteroso scout Russell, desideroso di ottenere una medaglia, dell’uccello in fuga Kevin e del cane parlante Dug. “L’avventura è là fuori”. Questa la frase chiave dell’infanzia di Carl, dei suoi sogni di gloria e dell’intero film. L’avventura come metafora della vita, del viaggio, dell’amore coniugale. Il primo film in 3d della Pixar vuole insegnarci il valore del rischio, dell’avventura, appunto, come elemento essenziale di una vita che voglia volare sempre più in alto. Ma non solo. Il cartoon affronta temi solo apparentemente estranei alla leggerezza del genere, come la solitudine, il sogno mancato, il rimpianto. Proprio per questo, sembra più adatto al pubblico dei grandi, gli unici in grado di poter cogliere certi spunti di riflessione e di identificarsi col protagonista Carl (doppiato da un convincente Giancarlo Giannini). Insomma, un tentativo di cinema in 3D perfettamente riuscito. La Pixar non tradisce se stessa e, per una volta, la sceneggiatura prevale sull’effetto. Il 3D, infatti,  viene messo in secondo piano da una sceneggiatura fondata sulla suspense e sull’attesa, e caratterizzata da un’azione incalzante e da gag mirabolanti.

VOTO: 8

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