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Direzione:
Vincenzo Ramaglia

A SCUOLA DI CRITICA: le recensioni dei nostri allievi
A SCUOLA DI CRITICA: le recensioni dei nostri allievi

A SCUOLA DI CRITICA: le recensioni dei nostri allievi

PREDESTINATION
(Australia, 2014, 97’, col.)
di Peter e Michael Spierig
Cast: Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor
Distribuzione:NotoriousPictures
Data di uscita: 1 luglio 2015

Recensione di:
MARINA PAVIDO

Un singolare agente segreto deve affrontare diversi viaggi spazio-temporali al fine di fermare un pericoloso criminale, del quale è alla ricerca da molto tempo. Ad essere in pericolo saranno milioni di vite umane.
Il lungometraggio, scritto e diretto dai fratelli Spierig e tratto dal racconto “Tutti voi zombie” di Robert A. Heinlein, si è rivelato una sorpresa migliore di quanto ci si aspettasse.
La sceneggiatura, magistralmente scritta, non solo è capace di tenere lo spettatore incollato alla poltrona dall’inizio alla fine, ma è ricca di ribaltamenti e colpi di scena, oltre ad indagare un tema importante come quello della doppia identità e, soprattutto, della perdita della propria identità.
Il cast, composto da Ethan Hawke e Sarah Snook, riesce alla perfezione a rendere sullo schermo personaggi molto complessi, oltre a cambiare spesso di registro.
Tecnicamente parlando, la regia del fratelli Spierig (che girano film insieme da quando, da bambini, hanno scoperto la telecamera del proprio padre) è impeccabile e, inoltre, pur trattandosi di un film di fantascienza, l’ambientazione “retrò”, che abbraccia un periodo che va dagli anni Quaranta agli anni Novanta, fa sì che lo spettatore non si senta troppo spaesato, dal momento che i continui salti spazio-temporali e la trama stessa possono ottenere questo effetto.
“Predestinaton” è, dunque, soprattutto per le tematiche trattate, un lungometraggio interessante e sorprendente, pur raccontando qualcosa di cui si era già parlato, lo fa in un modo nuovo ed avvincente. Il pubblico ne sarà entusiasta.

VOTO: 8/10

 


YOUTH – LA GIOVINEZZA (Italia, Francia, Svizzera, Regno Unito, 2015, 118’, col.) di Paolo Sorrentino
Cast: Michael Cane, Harvey Keithel, Rachel Weisz
Distribuzione: Medusa Film
Data di uscita: 21 maggio 2015

Recensione di: MARINA PAVIDO

Attesissimo nelle sale, uno dei tre lungometraggi italiani in concorso al Festival di Cannes, “Youth – La giovinezza” del Premio Oscar Paolo Sorrentino è, probabilmente, uno dei film di cui maggiormente si parlerà durante questa stagione cinematografica.
Siamo in Svizzera, in una stazione termale di lusso. Tra gli ospiti della struttura troviamo un musicista in pensione (Michael Cane), sua figlia, appena abbandonata dal marito (Rachel Weisz), ed un regista (Harvey Keithel) alle prese con la scrittura della sceneggiatura di quello che dovrebbe essere il suo film-testamento.
Indubbiamente, Sorrentino è un cineasta di grande talento ed esperienza, come ha già ampiamente dimostrato fin dall’inizio della sua carriera (vedi “Le conseguenze dell’amore” e “L’amico di famiglia”). Volendo fare un discorso puramente tecnico, possiamo solo riconoscere una grande maestria, oltre alla bellezza delle immagini (grazie anche alla fotografia di Luca Bigazzi). Diciamo pure che ogni singolo fotogramma del film è un bellissimo quadro.
Anche per quanto riguarda gli attori c’è solo da complimentarsi per le singole scelte. Un cast del genere è il sogno di qualsiasi cineasta.
Al di là di questo, però, ci chiediamo: che fine ha fatto Sorrentino? Perché in tutto il film non è presente il tocco di Sorrentino, bensì la sua megalomania, che tende sempre più a copiare (male) alcuni dei grandi maestri del cinema. Già leggendo di cosa tratta questo lungometraggio, infatti, lo spettatore più attento (ma anche quello meno attento) sarà portato a pensare immediatamente al capolavoro di Federico Fellini “8 e 1/2”. Se prendiamo in esame la singola storia del regista-Harvey Keithel, questa ricorda esattamente la storia di Guido-Marcello Mastroianni, regista in crisi che, poco prima della lavorazione del suo ultimo film, decide di trascorrere qualche giorno in una stazione termale. In “8 e ½”, ovviamente, c’è tutto un discorso sul passato e la vita privata del protagonista, ma è anche vero che qui il regista in questione non è il personaggio principale. Per non parlare, poi, di alcune scene di chiara ispirazione felliniana, come le persone in fila nella stazione termale o le donne protagoniste dei film di Keithel, le quali appaiono a quest’ultimo come in un sogno.
Se poi ci si vuole soffermare sulla qualità dei dialoghi, la bellissima riflessione sul passato, sui rapporti umani e sul cinema che viene affrontata in “8 e ½”, non è per nulla paragonabile alle frasi d’effetto, o meglio, che vorrebbero essere d’effetto, buttate qua e là nel film di Sorrentino.
Se “La grande bellezza” è stato dichiaratamente un omaggio che il cineasta ha voluto fare a “La dolce vita”, “Youth” risulta decisamente una copia presuntuosa di “8 e ½”.
Detto questo, si ripropone la questione: che fine ha fatto Sorrentino? Dov’è finita la sua mano da regista? Che cosa esattamente lo ha reso così privo di idee? La risposta, forse, la troveremo nei suoi prossimi film.

VOTO: 5/10

 

IL RACCONTO DEI RACCONTI (IT/FR, 2015, col., 128’) di Matteo Garrone
Cast: Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 14 maggio 2015

Recensione di: MARINA PAVIDO

Tratto da "Lo Cunto deli Cunti" di Giambattista Basile, il film ci mostra tre dei 50 racconti dell'opera barocca, rivisitati appositamente per il grande schermo, con la figura della donna come tema centrale: "La regina di Selvascura", "La pulce" e "Le due vecchie". Le tre fiabe sono connesse l'una all'altra tramite una famiglia di circensi, spettatori involontari di queste vicende, e narrano tre momenti importanti della vita di una donna: la maternità, l'adolescenza e la vecchiaia.
Il film rispecchia appieno l'idea di Basile di dare al tutto un tocco di fantasy/horror, ma senza calcare eccessivamente la mano. Nessuna delle scene di violenza risulta fine a sé stessa, ma, al contrario, cattura l'attenzione dello spettatore come tutto il resto del film. La fotografia ricalca la luce presente nei quadri di Goya e risulta adeguata e ciò che viene raccontato: storie di re e regine, ma anche di gente che vive ai margini della società.
Ottima la scelta attoriale (siamo, qui alla presenza di un grande cast che vede, tra gli altri, Salma Hayek, Vincent Cassel e Toby Jones), ogni interprete è all'altezza del personaggio che rappresenta, ma verrebbe da chiedersi che effetto si sarebbe ottenuto se fossero stati scelti volti sconosciuti e, soprattutto, se, come lingua originale, fosse stato mantenuto il dialetto napoletano, come nel libro di Basile.
"Il Racconto dei Racconti" è, nel complesso, un film riuscito, che, tra l'altro, riporta alla ribalta un libro di cui, purtroppo, oggi in pochi sono a conoscenza.

VOTO: 8/10

 

RITORNO AL MARIGOLD HOTEL (USA – GB, 2015, col., 122’) di John Madden
Cast: Maggie Smith, Judy Dench, Dev Patel, Richard Gere
Distribuzione: 20th Century Fox
Data di uscita: 30 aprile 2015

Recensione di: MARINA PAVIDO

Sono passati alcuni anni dall'apertura del Marigold Hotel e, ormai, i clienti accorrono numerosi. Per i proprietari, Muriel e Sonny, è giunto il momento di ingrandirsi e di comprare un'altra struttura. Ciò comporta non poche complicazioni, che andranno ad incrociarsi con le vicende degli ospiti abituali dell'hotel, oltre ai preparativi per l'imminente matrimonio di Sonny con la sua storica fidanzata.
Se il precedente "Marigold Hotel" aveva una propria identità, anche se nessuno ha mai urlato al capolavoro, quest’ultimo prodotto risulta quasi una forzatura, rischio ricorrente di parecchi sequel. Se precedentemente si era cercato di indagare più a fondo sulle mille sfaccettature di ogni singolo personaggio, adesso i protagonisti risultano quasi stereotipati e, decisamente, poco interessanti.
Nulla può fare un cast stellare, che vede tra gli interpreti delle vere e proprie icone come Judy Dench e Maggie Smith, oltre alla new entry Richard Gere e al giovane e talentuoso Dev Patel.
L'unico elemento che, seppur visto e rivisto, rende il tutto visivamente piacevole è l'atmosfera di cui il film si nutre: Hollywood che strizza l'occhio a Bollywood, con una serie di danze e musiche che entusiasmano lo spettatore.
Detto questo, poco altro si salva in questo ultimo lavoro di Madden.  Si tratta, purtroppo, di un prodotto come tanti, che conta troppi stereotipi al suo interno e che, pertanto, risulta poco incisivo.

VOTO: 6/10

 

I 7 NANI (Germania, 2014, animazione, 88’) di Harald Siepermann
Voci: Luca Ghignone, Enrico Maggi, Renata Bertolas
Distribuzione: Microcinema Distribuzione
Data di uscita: 30 aprile 2015

Recensione di: MARINA PAVIDO

La principessa Rose è vittima di un crudele maleficio da parte della strega Perfidia: non dovrà essere punta da nessun oggetto prima di aver compiuto 18 anni, altrimenti cadrà in un sonno profondo insieme a tutto il suo regno. Solo il bacio del vero amore potrà risvegliarla. Tutto sembra andare per il verso giusto, quando, malauguratamente, durante la festa per il suo diciottesimo compleanno, a causa della malvagia strega, si avvera il maleficio. In suo soccorso, e in aiuto del suo innamorato Jack, tenuto prigioniero dalla strega, giungeranno i sette nani.
Il lungometraggio è una crasi tra tanti classici per bambini: "Biancaneve", "La bella addormentata", Cappuccetto rosso" e "La spada nella roccia". Si tratta di un prodotto ironico, che mette in risalto valori come l'amicizia, il coraggio ed il vero amore.
Il risultato finale, purtroppo, non riesce a colpire nel segno. L'idea di fondere insieme alcuni dei più amati classici non è del tutto nuova (non dimentichiamo la fortunata saga di "Schreck") e questo film risulta una copia a tratti divertente, a tratti commovente, ma di gran lunga meno incisiva dei suoi predecessori.
I disegni, realizzati interamente in computer grafica, sono ben riusciti, ma per quanto riguarda le scene di azione ci si aspetterebbe qualcosa di più. Non c'è sufficiente suspense e lo stesso vale per i colpi di scena.
"I 7 nani", in altre parole, è un film che trasmette troppo poco agli spettatori, persino ai più piccoli. Un prodotto che purtroppo verrà presto dimenticato.

VOTO: 5/10

 

L’ULTIMO LUPO (Cina, 2015, col., 121’) di Jean-Jacques Annaud
Con Shaofeng Feng, Shawn Dou, Shwaun Dou

Data di uscita: 26 marzo 2015/
Notorious Pictures

Recensione di: MARINA PAVIDO

Chen Zhen è un giovane studente di Pechino che viene inviato, insieme all'amico Yang Ke, nelle zone interne della Mongolia, per fare da insegnante ad una comunità di pastori. Una volta lì, si renderà conto di quanto quella cultura sia lontana dalla sua e, allo stesso tempo, resterà affascinato dai bellissimi paesaggi e dai numerosi lupi che li abitano, imparando da quella stessa comunità a considerare il lupo come un animale superiore. Le cose cambiano quando il governo deciderà di eliminare tutti i lupi della zona. Il ragazzo, a questo punto, tenterà in tutti i modi di salvare la vita ad un cucciolo che ha addomesticato. L'ultimo lavoro di Jean-Jacques Annaud, coproduzione franco-cinese, racconta, in modo realista, a volte crudo e per niente retorico, il delicato rapporto tra l'uomo e la natura, tema che spesso ha interessato cineasti ed artisti di tutto il mondo. L’ultimo lupo racconta la storia di una comunità di cui poco si conoscono usi e costumi, e, soprattutto, osserva da vicino la vita dei lupi che popolano queste zone: cacciatori e, a loro volta, prede. Il risultato è un lungometraggio intenso, introspettivo e, a tratti, commovente. I paesaggi, grandi spazi aperti talmente suggestivi da incutere quasi soggezione, e un'estetica a metà tra quella orientale e quella occidentale, fanno di questo film un prodotto magnetico. Persino il rapporto stretto tra uomo e animale, che spesso rischia di essere raccontato in modo stucchevole, qui non cade mai in banali luoghi comuni, pur mantenendo una grande intensità e un realismo che a tratti fa male. Unica nota negativa, l'uso del 3D, qui  assolutamente superfluo. Un lavoro interessante e ben riuscito. Un film che emoziona e fa riflettere.

VOTO: 8/10

 

THE FIGHTERS – STORIA DI ADDESTRAMENTO E DI VITA
(Francia, 2014, col., 98’) di Thomas Cailley
Con  Adèle Haenel, Kevin Azais
Data di uscita: 10 aprile 2015/Nomad Film Distribution

Recensione di: MARINA PAVIDO

The fighters - Storia di addestramento e di vita, opera prima del regista francese Thomas Cailley racconta la storia del giovane Arnaud, impiegato presso la ditta di famiglia che si occupa di fabbricati in legno, e del suo incontro con la bella e fragile Madeleine, appassionata di combattimenti e con una visione pessimistica della vita. Dopo i primi scontri iniziali, il rapporto tra i due diventerà sempre più stretto, al punto che Arnaud deciderà di seguire Madeleine ed arruolarsi nell'esercito. La storia dei due giovani protagonisti è, come dice il titolo, la storia di un duro addestramento alla sopravvivenza. I ragazzi saranno sottoposti a difficili prove e, allo stesso tempo, impareranno molto su sé stessi e sulle loro esistenze. Malgrado il tema, il lavoro risulta un po’ campato in aria, i suoi protagonisti non sono sufficientemente caratterizzati, c'è da pensare che addirittura alla base della lavorazione sia mancato un valido studio delle loro personalità. Di conseguenza, lo spettatore resta freddo e non riesce ad essere coinvolto dalla storia fino in fondo. C'è sempre l'attesa di un ulteriore sviluppo, che, però, non arriva mai. Bravi i due giovani attori, premiati con un César.
 
VOTO: 5/10

 

A SECOND CHANCE (DAN, 2014, COL., 104’) DI SUSANNE BIER
Con Nikolaj Coster-Waldau, Maria Bonnevie, Ulrich Thomsen, Nikolaj Lie Kaas, Lykke May Andersen
Distribuzione: Teodora Film
Data di uscita: 2 aprile

Recensione di MARINA PAVIDO

Nelle sale italiane dal 2 aprile, Second chance è l’ultimo lungometraggio della celebre regista danese Susanne Bier. Andreas ed Anna sono una coppia felice: lui è un poliziotto in gamba e i due sono da poco diventati genitori del bellissimo Alexander. Tristan e Sanne sono, invece, una coppia allo sbando: assumono parecchie quantità di droga e Tristan è spesso violento con la compagna. Anch’essi sono diventati da poco genitori del piccolo Sofus, costretto a vivere in condizioni del tutto inadeguate. Tutto cambia quando il piccolo Alexander, inspiegabilmente, muore… Quest’ultimo lavoro della Bier colpisce come un pugno allo stomaco. Crudo, violento, non risparmia niente e nessuno. I personaggi (e lo spettatore con loro) si trovano di punto in bianco catapultati in situazioni più grandi di loro. Situazioni talmente al limite del reale da non sapere più cosa sia giusto e cosa sbagliato. Tutta la prima parte del film è una sorta di thriller mozzafiato, riesce a tenere incollati allo schermo fin dai primi minuti. Peccato per la seconda parte, che pur essendo ricca di inaspettati colpi di scena vede un finale piuttosto affrettato e semplicistico, che non regge affatto l’imponenza del primo tempo. Detto questo, ci troviamo, comunque, di fronte ad un lavoro raffinato e minuzioso, sia dal punto di vista estetico, sia dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi, contorti e con mille sfaccettature. E' un lavoro, questo, che rivela anche una grande conoscenza della mente umana. Ad abbellire il tutto, intense inquadrature di splendidi paesaggi danesi, che si alternano con dissolvenze incrociate, dando il tempo allo spettatore di prendere fiato tra un evento e laltro. A Second chance appare, dunque, come uno dei lavori migliori tra gli ultimi realizzati dalla Bier che, a partire da Love is all you need aveva perso decisamente quota.

VOTO: 7/10

 
FUORI CAMPO – STORIE DI ROM NELL’ITALIA DI OGGI
(Italia, 2015, col., documentario, 65’) di Sergio Panariello
Sceneggiatura: Antonio Ardolino, Marco Marino, Caterina Miele, Sergio Panariello, Francesca Saudino
Produzione: Figli del Bronx con le associazioni OsservAzione e Compare/Mammut
Data di uscita: tournée tra marzo e aprile 2015 (per info:
http://www.osservazione.org/it/4_16/il-calendario-2015-delle-presentazioni-di--fuori-campo-in-italia.htm)

Recensione di MARINA PAVIDO

Una serie di proiezioni speciali sarà organizzata, nelle prossime settimane, per presentare al pubblico Fuori campo, documentario di Sergio Panariello, alle prese con le condizioni di vita delle comunità rom in Italia oggi. L'idea da cui parte Panariello è interessante. L’attore-regista filma per diversi mesi alcuni momenti della quotidianità di chi fa parte di queste comunità, facendo un confronto sulle loro condizioni di vita risalenti ad appena quindici anni fa, quando erano costretti ad abitare in baraccopoli. I rom di oggi, almeno quelli di cui Panariello ci racconta, hanno un appartamento, un lavoro e sono integrati, nonostante continuino a combattere contro pregiudizi e istituzioni. Un tema capace di catturare subito l'attenzione, attualissimo, oggetto di molti luoghi comuni che andrebbero sfatati. Peccato che il risultato, nonostante le buone intenzioni, risulti fortemente artefatto e, purtroppo, dopo i primi minuti, produca un notevole calo di interesse. Cosa vuole essere questo prodotto? Un documentario? Una docu-fiction? Il regista, prima delle riprese, deve aver istruito per bene i protagonisti su ciò che le scene avrebbero dovuto comunicare, come avviene nelle docu-fiction. Resta poi in bilico tra due generi, senza approdare ad un fine preciso. E, come se non bastasse, la narrazione è piatta e monotona, non sono presenti né un crescendo, né una sorta di "soluzione" finale. Fuori campo risulta, quindi, un documentario anonimo, che poco aggiunge su un argomento così attuale e di grande interesse.

VOTO: 3/10


HOME – A CASA (HOME, USA, 2015, col., animazione, 90’) di Tim Johnson
Voci originali di Jim Parsons, Jennifer Lopez, Rihanna, Steve Martin, Matt Jones
Distribuzione: 20th Century Fox
Data di uscita: 26 marzo 2015

Recensione di MARINA PAVIDO

Oh è un tenero e maldestro alieno appartenente alla tribù dei Boov, la quale ha invaso il pianeta Terra ed ha confinato i suoi abitanti in piccoli villaggi in Australia. Oh, ben presto, è costretto a darsi alla fuga, dal momento che dopo aver commesso un errore con i social networks della sua tribù, ha inviato ad alieni nemici informazioni circa la loro nuova sistemazione. Tip è una ragazza sensibile e solitaria. Sua madre è stata rapita dai Boov, e ora vive sola con il proprio gatto… Divertente e commovente film di animazione prodotto dalla DreamWorks, Home – A casa è ambientato in un mondo in cui gli alieni e la tecnologia regnano sovrani. I valori qui raccontati, però, sono gli stessi di molte altre fiabe: l'amicizia, l'amore per la propria famiglia, la capacità di mettersi nei panni degli altri, anche se questi vengono da un mondo diverso dal nostro. Adrenalinico e contemplativo allo stesso tempo, il lungometraggio diretto da Tim Johnson ha un buon ritmo, alterna trovate divertenti, spesso e volentieri anche politicamente scorrette, a momenti carichi di pathos e commozione. I personaggi appartenenti alla tribù dei Boov sono irresistibili e hanno tutte le carte in regola per diventare dei veri e propri "cult", non hanno nulla da invidiare ai Minions di Cattivissimo me. Film ben scritto, ben realizzato, che può essere apprezzato da grandi e piccini.

VOTO: 7/10

 

CHI E’ SENZA COLPA (THE DROP, USA 2014, 107’) DI MICHAEL R. ROSKAM
Con Tom Hardy, Noomi Rapace, James Gandolfini, Elizabeth Rodriguez, James Frecheville
Distribuzione: 20th Century Fox
Data di uscita: 19 marzo 2015

Recensione di GIANMARCO TESTANI

Bob è un uomo introverso e solitario, gestisce insieme al cugino Marv un “Drop bar”, locale usato dalla mafia cecena nel Flatz per riciclare denaro sporco. Tutto viene messo in discussione, quando Marv inscena una rapina rubando l’incasso dell’intera giornata… Purtroppo, questa volta lo sceneggiatore Dennis Lehane realizza uno script che fa acqua da tutte le parti. Basti pensare alla caratterizzazione dei personaggi, stereotipati e piatti, alla trama poco avvincente, e al finale a dir poco scontato. A dirla tutta, ci aspettavamo qualcosa di più da chi è stato in grado di realizzare le sceneggiature di capolavori come Gone Baby Gone, Mystic River e Shutter Island. Quanto a Tom Hardy (Bob), ormai siamo abituati a vederlo vestire i panni dell’uomo taciturno ed introverso, che risolve tutto con un gesto estremo (Warrior, Lawless), e qui tende a ripetersi. Peccato, perché la regia di The Drop (nella traduzione italiana Chi è senza colpa), firmata da Michael R. Roskam, è ottima, al pari di fotografia e montaggio.

 VOTO: 5/10

 

LA GRANDE BELLEZZA (ITA 2013,MEDUSA 150’) di Paolo Sorrentino.
Con Toni Servillo, Carlo Verdone, Carlo Buccirosso e Sabrina Ferilli.

Recensione di:
FEDERICA BAGLIONI

Con questo nuovo e attesissimo film, Paolo Sorrentino è forse andato davvero alla ricerca della grande bellezza. Completamente girato nei posti più incantevoli di Roma,”La grande bellezza” è un film magistralmente girato, le sue lunghe carrellate in contrasto ai primissimi piani dei personaggi sono in grado di “emozionare”. Il regista scava all’interno dei sentimenti e delle vite dei personaggi,in particolare di uno: Jep Gambardella (Toni Servillo). Alla soglia dei 65 anni, il protagonista - giornalista e scrittore mancato - viene messo davanti a dure verità, si rende conto che non c’è più tempo per tornare indietro e rifare tutto da capo. Per non sentirsi mai solo, Jep spesso si riunisce con il suo gruppo di amici, ricchi e annoiati, nei divanetti del suo attico sopra il Colosseo,parlando,sparlando e ammettendo che le loro vite sono fatte principalmente di falsità e apparenze. C’è ricchezza,ma tutti hanno lo stesso sguardo:spento,velato,pieno di malinconia. Il film è un’analisi spietata, è una critica sotto forma di metafora della nostra società. Tutti prima o poi si ritrovano a combattere la solitudine,stato d’animo che non può essere cancellato dai soldi. L’interpretazione di Toni Servillo è spiazzante, riuscitissima. Solo una critica a questo film: la durata. Ciò che voleva farci capire Sorrentino diventa chiaro molto, molto prima, della fine.

VOTO: 7

Recensione di:
GIULIO MORSELLI

Gep Gambardella è un giornalista di 65 anni, salito agli onori della cronaca quarant'anni prima con un romanzo di grande successo, che riempie le proprie giornate fra articoli (pochi) e improbabili feste mondane (tante), conducendo così lo spettatore fin nell'occhio del “vortice della mondanità”. A due anni dall'acclamato “This Must Be The Place” con Sean Penn, torna nelle sale italiane Paolo Sorrentino, e lo fa in grande stile. Applaudito in questi giorni a Cannes dai critici di tutto il mondo, il nuovo lavoro del regista napoletano è, infatti, un'opera densa e ambiziosa, ma allo stesso tempo godibile e affascinante. Se, a livello stilistico, la pellicola risulta essere la naturale prosecuzione dei film precedenti (carrelli e dolly impossibili come se piovesse, inquadrature perfettamente studiate ed architettate), la differenza fondamentale fra questo lavoro e i precedenti è la funzione del suo protagonista. Il nostro Gep, interpretato da un Toni Servillo in stato di grazia, non è, infatti, il centro della narrazione, ma è colui che come un moderno Virgilio ha il compito di guidare noi ignari spettatori nei meandri di una Roma magnifica e torbida, scoprirne il cuore nero e farlo venire in superficie, affinché l'immutabile e imperitura bellezza della città possa tornare alla luce. La Roma immortalata da Sorrentino è, infatti, una città immaginifica, quasi metafisica, che viene sfruttata come immenso e meraviglioso palcoscenico per l'eterna tragedia umana, il decadimento e lo squallore di questa nostra triste società. L'affastellarsi di situazioni e personaggi miserabili, la quieta disperazione in cui essi vivono e la scoperta che in realtà bello e grottesco siano le facce di una stessa medaglia sono dunque, ancora una volta, i temi portanti della poetica “sorrentiniana”, nuovamente messi in scena con la perizia e l'ironia che da sempre contraddistinguono l'autore italiano. Oltre al già citato Toni Servillo, merita una menzione particolare Carlo Verdone, sorprendentemente convincente in un ruolo ben diverso dal solito. Ambizioso, ridondante, geniale, questo film è senza ombra di dubbio un film importante non solo per il suo autore ma anche per il cinema italiano contemporaneo. Da non perdere.

VOTO: 8


UNA NOTTE DA LEONI 3 (USA 2013 - COL 100') di Todd Philips.
Con Bradley Cooper, Ed Helms, Zac Galifiakanis.

Recensione di:
FEDERICA BAGLIONI

E’ arrivata a conclusione la trilogia campione di incassi di “The Hangover”, traduzione inglese di “Una notte da leoni”. Ormai sono passati due anni da quando lo scapestrato gruppo di amici (Phil, Stu, Alan, Doug) non trascorre più notti brave a Las Vegas, le loro vite sono tornate alla normalità, niente più droghe, sbornie e tatuaggi sul viso. Fino a quando Alan, il più sciocco e ingenuo di tutti ,non viene rinchiuso in un Istituto Psichiatrico per i suoi continui comportamenti anomali. Il gruppo, o come viene chiamato da molti “il branco”, si mette in viaggio e a poco più di dieci minuti dall’inizio del film. E’ così che i quattro sventurati si imbattono in un’altra delle loro epiche avventure senza limiti. Questa volta l’inizio e il finale non seguono la solita e famosa struttura, l’ordine viene ribaltato. Rapimenti, sparatorie, inseguimenti e risate non  mancano, e torna a far parlare di sé anche il piccolo ma intelligente ricercato Leslie Chow, che darà non pochi problemi ai quattro ragazzi. Fa invece il suo ingresso anche un personaggio nuovo di zecca, un narcotrafficante spietato di nome Marshall. Il film è un prodotto vincente, ovviamente di poco spessore culturale, anche se ogni tanto andare al cinema ed assistere a una commedia all’americana così piena di azione e colpi di scena male non fa.

VOTO: 6


IL GRANDE GATSBY (USA 2013, WARNER BROS, 120') di Baz Luhrmann.
Con Leonardo Di Caprio,Tobey Maguire, Carey Mulligan.

Recensione di:
FEDERICA BAGLIONI

"Voglio scrivere qualcosa di straordinario, bello,semplice e dalla trama intricata" – parola di F. Scott Fitzgerald. "Il grande Gatsby" narra la vicenda dell'aspirante scrittore Nick Carraway che, trasferitosi dal Mid West Americano a New York negli anni’20, si ritrova come vicino di casa il misterioso e affascinante milionario Jay Gatsby. Nick viene così trascinato nel mondo dei ricchi, un mondo di amori, inganni e illusioni. Il film tratto dal grandioso romanzo di Fitzgerald è stato diretto dal candidato al premio Oscar Baz Luhrmann. Il regista di “Moulin Rouge”, pur rimanendo fedele al libro e all'epoca, riesce a rendere la storia accessibile alle nuove generazioni: l'uso di musica contemporanea calata nell’era del Jazz è una chiara sintesi di questa operazione. “Il Grande Gatsby” è un'interpretazione in chiave moderna del sogno Americano fatto di eccessi e illusioni, e questo suo adattamento cinematografico  è elettrizzante in ogni sua scena (il 3D, va detto, fa la sua parte). "Volevamo provare come ci saremmo sentiti a entrare in uno dei più incredibili night club del mondo e guidare l'automobile più veloce mai guidata prima" – fa sapere Luhrmann. Colori sgargianti, lusso sfrenato, intrighi e passione sono il mix perfetto per rimanere soddisfatti dalla visione di questo film.

VOTO: 8

IL GRANDE GATSBY (THE GREAT GATSBY, USA, 2013, WARNER BROS, 143’) DI BAZ LUHRMANN.
CON LEONARDO DI CAPRIO, CAREY MULLIGAN, TOBEY MAGUIRE.

Recensione di:
DANNY DI DIOMEDE

Avete mai preso un libro, una poesia, un diario scritto da voi con tanto amore per poi bruciare tutto? È questa specie di sfida che dà il via al meraviglioso e nuovo film diretto da Luhrmann in stretta collaborazione con la scenografa e costumista Catherine Martin, moglie del regista e vincitrice dell'Oscar per “Moulin Rouge”. Il loro tocco e stile è impresso fin dalla prima inquadratura su ogni più piccolo fotogramma. Una partenza grandiosa e barocca che lascia realmente impressionati, tanto da farti sbalzare dalla poltrona su cui sei seduto e caricarti di una irresistibile voglia di entrare dentro lo schermo. Piume, sfarzo, gioielli, trucchi, balli e scenografie megalomani e antiche automobili che sfrecciano come se fossero su una pista rally, una coralità magica e irresistibile di colori accesi che ti mostrano una realtà molto particolare degli anni Venti degna di uno "spettacolo spettacolare". Questo virtuosismo si può continuare facilmente a leggere anche nelle strabilianti inquadrature del regista e nel suo particolare modo di mettere sullo schermo spaccati di vite differenti. Se vogliamo essere completamente sinceri, forse, il 3D e questa ricchezza delle scene, a volte  distolgono l’attenzione dalla storia, ma per il gran piacere che l’occhio prova, questa piccola  sbavatura la possiamo assolutamente perdonare. L' occhio, infatti, ha un ruolo fondamentale in questo film, ci sono continui rimandi alla vista, sguardi tra i personaggi, occhi che osservano da lontano e dall'alto e che spesso si guardano da soli come se fossero di fronte ad un invisibile specchio. Si potrebbe continuare a parlare bene del film passando dall'ottima interpretazione degli attori, calati perfettamente nelle loro parti, alla sottile ironia di alcune scene dirette magistralmente, dagli spunti di riflessione che si creano guardando la netta differenza tra ricchi e poveri fino ai suggestivi effetti grafici utilizzati all'interno delle scene e a favore spesso della voice over. Senza parlare, poi, della bellissima musica contemporanea perfettamente inserita in un’epoca completamente differente e che spesso entra a far parte in modo attivo nella storia. Eppure, qualche difetto dovrà averlo anche questo film, infatti il film sembra essere diviso in due parti e si passa da uno sfoggio di scenografie, inquadrature, montaggi ed effetti visivi sfavillanti ad una parte centrale un po' calante a livello di ritmo, con dialoghi a tratti lunghi che rallentano molto il film. Fortunatamente, questo è compensato dalla loro bellezza e sopratutto dai numerosi colpi di scena, nonché da  un’avarizia di informazioni che incolla letteralmente lo spettatore allo schermo. Bellissima la storia d amore, "tragica", messa in scena attraverso un continuo cambio di  prospettiva che scopre elegantemente l’altra faccia della medaglia di ogni persona.
Per concludere, un consiglio apparentemente fuori tema: la prossima volta che andate dal vostro  oculista, guardatelo dritto negli occhi, chissà che dietro il suo volto non si nasconda qualcosa di diverso!!!

VOTO: 9


IL COMMISSARIO TORRENTE E IL BRACCIO IDIOTA DELLA LEGGE (Spagna 2013 - col 93') di Santiago Segura.
Con Santiago Segura, Kiko Rivera e Cañita Brava.

Recensione di:
FEDERICA BAGLIONI

Che in Spagna il "simpaticissimo" Torrente sia un mito e un personaggio amatissimo dal pubblico non c'è dubbio, ma ahimè il debutto del regista spagnolo Santiago Segura con il quarto episodio della saga zoppica abbastanza.
La figura di questo improvvisato commissario gira intorno a soldi, locali hard, e cibo...si perché senza un soldo in tasca (gli unici che trova vengono spesi in prostitute) è costretto a rimediare qualcosa, quando può, tra i rifiuti.
Il trash ai massimi livelli, seni e fondoschiena, doppi sensi e movimenti allusivi sono la chiave di volta di questi 93 imbarazzanti minuti.
Insomma tra night club e un immancabile rapporto omosessuale, Torrente si ritroverà in carcere per un affare andato male, e si divertirà insieme agli altri strambi personaggi del carcere a preparare una fuga epica.
Purtroppo il film stanca quasi subito, anche l'uomo più avvezzo a questo genere di comicità uscirebbe dalla sala sperando di non vedere seni e volgarità per le prossime ore.
Non si tratta di abolire o censurare, né tantomeno di portare avanti un'ideologia perbenista  bensì di criticare qualcosa che oramai non piace e non fa ridere più.
Fortunatamente la durata della pellicola ci concede di essere un po' pazienti.
Agli spagnoli piace così tanto! Ma ci faranno poi così tanta bella figura?

VOTO: 4

LA FUGA DI MARTHA
(Martha Marcy May Marlene, USA, 2012, col., 101’).
Regia di Sean Durkin. Con Elizabeth Olsen, Christopher Abbott, Brady Corbet, Hugh Dancy, Maria Dizzia, Julia Garner, John Hawkes.

Recensione di:
SARA TECCE

Martha è una giovanissima ragazza sola, abbandonata a se stessa, che fugge da una comunità dove si era rinchiusa per due anni, per tornare a vivere con la sorella maggiore. Debutto vincente per il regista Sean Durkin che, con La Fuga di Martha, realizza un thriller psicologico intenso e cupo, in cui il tema della fuga è sfruttato per raccontarne un altro ben più disturbante: l'assenza d'identità. Infatti, proprio all’interno della comune/setta, in cui inizialmente Martha trova una nuova dimensione famigliare, la giovane ragazza è costretta ad assumere identità diverse. Sarà Martha, Macy May e Marlene; sarà vittima, leader e carnefice pur di possedere autenticamente l’affetto di qualcuno. Anche se i riferimenti alla ben più nota setta di Charles Manson sono molti, a partire dalla descrizione del capobranco, la violenza vera e propria non si quasi vede mai. Ma, l'atmosfera resa da Durkin è talmente densa di particolari inquietanti da infondere nello spettatore un agghiacciante sentimento di malessere e di pericolo. La Fuga di Martha si sviluppa su due piani temporali diversi, introdotti e intervallati da una serie di flashback che disorientano lo spettatore, quasi a volerlo calare nella stessa dimensione psicologica di disagio in cui è costretta a vivere Martha, senza alcun punto di riferimento e senza un sentimento di nostalgia definito. E, nonostante Martha riesca alla fine a  trovare rifugio in un ambiente più famigliare, questo suo disagio esploderà in pure crisi di paranoia, riportando in superficie il suo passato e suggerendoci qualcosa sul suo futuro.

VOTO: 7

QUELLA CASA NEL BOSCO
(USA 2012) di Drew Goddard.
Con Kristen Connolly, Chris Hemsworth, Anna Hutchison, Fran Kranz, Jesse Williams, Richard Jenkins, Bradley Whitford, Brian J. White, Amy Acker, Tim De Zarn.

Recensione di:
Sara Tecce

Opera prima di Drew Goddard (già produttore e sceneggiatore di Cloverfield e delle serie tv Alias e Lost), sceneggiato con Joss Whedon (creatore di Buffy l’ammazzavampiri e Angel, regista di The Avengers), Quella Casa nel Bosco è un film in grado di intaccare la struttura dell’horror classico in modo radicale, nonostante i topoi da film horror ci siano tutti: un gruppo di amici stereotipati, il solito proprietario della pompa di benzina che rilascia vaticini apocalittici, una casa sperduta nel nulla in mezzo ad un bosco, una cantina straripante di reliquie capaci di rievocare qualsiasi presenza, e il mostro di turno.  Oltre a questi, però, c’è un nuovo, soprannaturale elemento, una sorta di nemico comune sia ai protagonisti che allo spettatore, ovvero, la personificazione dell’anti-coscienza del pubblico (normalmente rappresentata nei film horror dai protagonisti stessi). In questa maniera, gli antagonisti di Quella Casa nel Bosco vanno direttamente a congelare la dinamica ritualistica tanto cara agli appassionati del genere, cioè, il suggerire, meglio se a voce alta in maniera che anche i personaggi possano sentirci, cosa i malcapitati di turno dovrebbero o non dovrebbero fare. Grazie a questo geniale espediente, Quella Casa nel Bosco è in grado di lasciare lo spettatore senza parole, regalandogli un colpo di scena dietro l’altro, una conclusione sorprendente e un cameo finale che, per un film che fa della citazione uno dei suoi biglietti da visita, era assolutamente d’obbligo, affidandosi ad una star completamente a suo agio in un territorio veramente ai confini della realtà

VOTO: 9


UNA SPIA NON BASTA
(USA, 2011) di MgG.
Con Reese Whiterspoon, Tom Hardy, Chris Pine.

Recensione di:
Jacopo Zonca

Due agenti segreti si innamorano della stessa donna. Lei è indecisa nella scelta tra i due. Intanto, un terrorista organizza un piano per riuscire ad eliminare entrambe le spie… Una spia non basta, diretto da MgG - nome d’arte di Joseph McGinty Nichol, già dietro la macchina da presa per Charlie’s Angels e Terminator Salvation - si presenta come un classico  action movie: sparatorie, scontri fra automobili, eroi invincibili. Ma la minaccia criminale è un semplice pretesto in questa commedia che non comunica nulla, a parte un insieme di regolette su come conquistare una donna (qui l’avvenente Reese Whiterspoon). I bellocci di turno sono gli attori Chris Pine, che aveva offerto una buona performance in Smokin’ Aces, e Tom Hardy, che aveva dimostrato la sua bravura in film come Bronson e Inception. Questa volta, le loro interpretazioni fanno quasi tenerezza. Si legge nello sguardo di Hardy un certo imbarazzo mentre è alle prese con un criminale che ogni tanto spunta dal nulla solo per interrompere una scenetta romantica, cercando di fare paura quando in realtà suscita soltanto indifferenza. La sceneggiatura, scritta da  Timothy Dowling e Marcus Gautesen, riesce in qualche modo a creare momenti di tensione, ma purtroppo stenta ad unire due generi (azione e commedia), lasciando lo spettatore a dir poco confuso. Insomma, regia piatta, interpreti sprecati e una mediocre sceneggiatura formano un’addizione diabolica, a meno che tu non sia un ragazzino con gli ormoni a mille.

VOTO: 4


ARRIETTY
(animazione, Giappone, 2010, col., 94’) di Hiromasa Yonebayashi.

Recensione di:
Roberta Mariani

Quando è Miyazaki a prendere la mira è certo che il colpo andrà a segno. Con “Arrietty” il genio dell’animazione giapponese ancora una volta sforna un reale capolavoro di bellezza. La storia della piccola fanciulla, grande tanto da potersi nascondere sotto una foglia, tratta dal libro “The Borrowers” di Mary Norton, è un miracoloso intreccio tra significati profondi e basilari e la poesia delicata e struggente della bellezza. Le tematiche care a Miyazaki, quali la cura ed il profondo rispetto per la natura, il timore ed il pericolo di un sistema rovinoso instaurato dagli esseri umani sul pianeta, l’esigenza di uguaglianza tra ogni essere vivente fondata sul medesimo amore per la magnificenza di una terra che tutti ci ha creati e nutriti, sono in questo film espressi attraverso fiabe e miti anglosassoni, che accantonano le divinità nipponiche spesso utilizzate dall’autore.
Il ritmo è piacevolmente equilibrato in una magia di piccoli eventi. Piccoli, come la protagonista, il cui mondo è delimitato in pochi centimetri di casa sotto un pavimento e in un giardino, a dimostrazione di come tutto e tutti siano relativamente legati ad un punto di vista limitato dalla capacità di cognizione soggettiva, ma che di per sé non è detto costituisca “l’intero”.
 Inutile insistere sulla straordinarietà del tratto, dei colori, delle luci che magicamente rapiscono l’osservatore in una rapsodia estetica ed estatica e che, ancor di più, rispondono alla delicata missione di rammentare a chiunque la caducità umana e la sciocca e deleteria inutilità di ogni guerra tra esseri viventi. Solo con la collaborazione, la solidarietà ed il reciproco ausilio sarà possibile sopravvivere a noi stessi.
Non dimentichiamo, infatti, che qui non facciamo altro che “prendere in prestito” dalla natura ciò che in realtà non ci appartiene.

VOTO: 8


I TRE MOSCHETTIERI
(avventura, Germania, 2011, col., 102’) di Paul W.S, Anderson.
con Logan Lerman, Milla Jovovich, Luke Evans, Ray Stevenson.

Recensione di:
Ares Bortolussi

Il padre moschettiere, loro moschettieri e lui vuole diventare moschettiere.
Gli elementi di base ci sono tutti per un film basato sull’opera di Dumas figlio. Eppure sin da subito alcuni attori si mostrano inadeguati, oppure, pur essendo di note capacità (Cristoph Waltz e Mads Mikkelsen), si manifestano scadenti a causa di una sceneggiatura tra le peggiori del peggiore cinema e di una regia pressoché assente. Il tentativo della prima scena è buono, ma la rivisitazione del libro in chiave steampunk delude. L’esperimento è fallito, nonostante l’uso del “nuovo 3D”, che avrebbe potuto essere meno bello ma più efficace.

VOTO: 3


GAZA HOSPITAL
(Documentario, Italia/Libano, 2009, col., 84’) di Marco Pasquini.
Con Yousef Hamza, Swee Chai Ang, Monica Maurer, Ellen Siegel, Aziza Khalidi.

Recensione di:
Eugenio Costantini

C’era un ospedale a Beirut. Era alto e possente e sembrava invincibile. Idealmente “Gaza Hospital” inizia così, come le favole. E procede lento, asciutto, senza enfasi, alternando il dramma di oggi a quello di ieri. Non serve altro. Parlano le immagini di un tempo e i ricordi. Tutti intrisi nel dolore. Era il 1982. I Palestinesi rifugiati in Libano avevano un ospedale, il Gaza Hospital. Era a Beirut Ovest, proprio a ridosso dei campi profughi di Sabra e Shatila. Vi lavoravano medici e infermieri provenienti da ogni parte del mondo. Era aperto a tutti. Era una speranza per tutti, di fronte alla guerra. Ma non sarebbe durata a lungo. A settembre di quell’anno, il massacro di Sabra e Shatila. Nei campi bloccati dall’esercito israeliano si consuma un’inenarrabile mattanza. Poi l’ospedale viene sgombrato e qualche anno dopo chiuso definitivamente. Eppure, la sua storia non finisce. I Palestinesi non lasciano il Libano e via via il Gaza Hospital si trasforma, cambia destinazione d’uso, fino a diventare a sua volta un campo profughi. Un campo verticale che si snoda tra dedali di scale e corridoi scrostati, animato dal vociare dei bambini, dagli odori delle cucine e dal lavoro degli uomini. Come il caso di Youssef, una delle quattro voci narranti del documentario. Vive nell’ospedale dalla fine degli anni Ottanta. Fa il barbiere. Nel massacro di Sabra e Shatila ha perso un figlio di 13 anni, un martire, come li chiamano qui. Quel dolore gli ha bruciato il cuore, prosciugato le lacrime, ma non gli ha tolto la dignità e la voglia di vivere e resistere. Del negozio di barbiere che aveva un tempo ha conservato un’insegna. Oggi l’ha lucidata, affissa sulla sua bottega e accesa per attirare i clienti. Per ricominciare di nuovo. Come nelle favole a lieto fine, idealmente.

VOTO: 8


ALMOST MARRIED 
(Documentario, Italia, 2010, col., 60’) di Fatma Bucak e Sergio Fergnachino.
Sceneggiatura di Fatma Bucak e Sergio Fergnachino.

Recensione di:
Niccolò Tagliamonte

Temi attuali che affondano le proprie radici nel passato e sottolineano la difficoltà di conciliare tradizione e modernità. Vite che si intrecciano secondo le molteplici trame del destino. Questa è la storia di Fatma, ma nel contempo rispecchia anche storia e vita di milioni di donne, nate in Paesi, se vogliamo, anche geograficamente vicini, ma da noi lontani da un punto di vista socio-culturale e religioso. “Almost Married” inizia dal desiderio di Fatma di affrancarsi da una sorta di schiavitù ancestrale decidendo, nonostante l'opposizione della famiglia, di recarsi all'estero a studiare fotografia. Un  percorso di integrazione in un mondo diverso, Occidentale, che si concretizza con la convivenza col suo fidanzato, Davide , e la decisione di sposarlo. Riemergono i problemi atavici legati ai rapporti affettivi con la famiglia e, soprattutto, col padre, un uomo rude nato in un villaggio curdo, capo clan di vecchio stampo che in gioventù era un perseguitato politico per idee rivoluzionarie. Durante un viaggio con lui, nella sua terra natia, alla riscoperta della famiglia e delle sue più antiche tradizioni, Fatma intraprende un percorso interiore volto a trovare un punto di contatto e  il coraggio di rivelargli il suo desiderio di vivere la vita che si è scelta.
Documentario realizzato in modo semplice, soprattutto dal punto di vista del linguaggio. Fatma Bucak e Sergio Fergnachino raccontano (con speranza verso un futuro migliore) la diversità del ruolo della donna e dell'uomo all'interno di una società lontana dalla nostra, vista con gli occhi di una ragazza che vive questa realtà sulla sua pelle, toccando così la sensibilità dello spettatore. Malgrado la drammaticità del tema, il film a tratti adotta un tono ironico volto a cogliere l'inadeguatezza di certi aspetti di questa cultura. Senza però ignorarne i lati positivi.

VOTO: 8


GIRLS ON THE AIR
(Documentario, Italia, 2009, col. 59’) di Valentina Monti.
Con Humaira Habib e le giornaliste di radio Sahar.

Recensione di:
Giovanni Grandoni

Nell’Afganistan post-talebano si seguono le vicende di Humaira, ragazza che tenta di “civilizzare” il suo Paese servendosi della libera ed emancipata “Radio Sahar”: dovrà vedersela però con un paese in mano alla violenza ed incollato alla proprie tradizioni. E’ così che, tra lotte in tribunale e racconti in versi letti ai propri radioascoltatori, la ragazza, aiutata da altri volontari, ingaggia la sua dura e lunga lotta verso un futuro migliore. Il film affronta un tema indiscutibilmente importante, ma lo fa in modo banale e lapalissiano, a volte persino retorico. Tenta inoltre, sporadicamente, un approccio poetico (soprattutto per quanto riguarda le immagini), che però perlopiù stona con lo stile documentaristico dell’opera. Come se non bastasse, la struttura del lavoro appare come una improvvisazione confusa di scene (la maggior parte delle quali non reali ma girate appositamente) e situazioni che lasciano nello spettatore, dopo una sola ora di film, una sensazione di gratuità che aggiunge a quanto già televisioni, giornali e testi vari ci dicono ogni giorno da anni e anni. La voglia di trasmettere un messaggio importante non può lasciar spazio alla superficialità.

VOTO: 4


HABEMUS PAPAM
(Italia/Francia, 2011, 104’) di Nanni Moretti
con Michel Piccoli, Nanni Moretti, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Margherita Buy

Recensione di:
Umberto Bendini

Il Conclave si riunisce: i più bravi cardinali del Mondo devono decidere, sotto le volte della  Cappella Sistina, chi sarà il prossimo Papa. Sorprendendo tutti, viene scelto Melville. Sorprendendo tutti, Melville se la svigna. È spaventato, non se la sente. Viene chiamato uno psicologo ateo, che prima tenta una conversazione che non può essere né libera né privata, poi viene costretto, per la privacy, a restare in Vaticano fino all’annunciazione. I fedeli dovranno attendere, perché il neo-Papa è fuggito. Deve ritrovare se stesso, la forza, deve capirsi. Intanto, a San Pietro ci si confronta giocando a pallavolo e approcciandosi alla psicanalisi. Un commovente Michel Piccoli (che come un bambino urla e si spaventa quando si sente insicuro), uno scatenato Moretti (che strappa bonarie risate tramite il misunderstanding coi cardinali) e un grande finale, sincero e coraggioso. Nanni lavora col cuore ad un film che gioca sempre, ma sempre con rispetto e serietà, su tematiche delicate e universali. Un continuo rimbalzo tra la commedia garbata ed il dramma introspettivo, l’apertura mentale e spirituale dei personaggi e le varie prigioni che li circondano (le mura vaticane così come i doveri e le aspettative). Lo psicanalista Moretti e il Papa Piccoli sono, appunto, i più bravi: al primo “lo dicono sempre tutti”, il secondo l’hanno eletto Patriarca. E sono la rinuncia al potere e la più intima analisi di se stesso e delle proprie responsabilità (spirituali, etiche o professionali) ad essere messe a nudo in un uomo che ci immaginiamo senza macchia e senza dubbi. Le musiche (di Franco Piersanti) e i costumi (Lina Nerli Taviani), insieme alle scenografie della Bizzarri, che riproducono a Cinecittà interni ed esterni di San Pietro, sono solo parte della maestosità visiva del film. C’è già chi lo ama, e già chi lo odia: Moretti ha sempre diviso tutti. Ma qui cambia registro, l’attesa era elevata, e le copie distribuite quasi un’esagerazione. Ora arriva Cannes, e chissà che nel paese del Vaticano non arrivi una Palma d’Oro proprio grazie a questo film.

VOTO: 8

 

CAPPUCCETTO ROSSO SANGUE
(USA/Canada, 2011, col., 99') di Catherine Hardwicke.
Con Amanda Seyfried, Gary Oldman, Max Irons.

Recensione di:
Doralice Pezzola

“Cappuccetto rosso sangue” è film che tenta, con scarso esito, di sfruttare l’onda di successo di lungometraggi come “Twilight” (della stessa regista, Catherine Hardwicke), imitandone le atmosfere, i temi e gli elementi: un amore impossibile, ambienti cupi, lupi mannari, giovani ragazze in pericolo. Valerie (Cappuccetto Rosso, interpretata da Amanda Seyfried) è una splendida fanciulla innamorata del falegname del villaggio (Peter, ovvero Shiloh Fernandez) ma promessa in sposa ad Henri (Max Irons), che si ritrova a fare i conti in prima persona con il lupo mannaro che tormenta quei luoghi da generazioni e che sembra avere un ossessione per lei. Tutto il film si basa su un gioco di sospetti: l’intero villaggio, sotto la guida di Padre Salomon (Gary Oldman), si mobilita per identificare ed  eliminare il lupo mannaro che potrebbe essere uno qualunque degli abitanti del villaggio. Continui indizi, contrastanti e fuorvianti , vengono distribuiti all’interno della storia, troppi forse, e alla fine la soluzione risulta banale ed inefficace, scoprire l’identità del lupo non provoca nessuna soddisfazione, assodato che avrebbe potuto essere chiunque. Il film si presenta sotto la veste di una rivisitazione della celeberrima fiaba da cui prende il nome, ma ne snatura rapidamente l’essenza, deviando verso un genere che rimane fino alla fine indeciso fra thriller, sentimentale ed horror, impedendo in questo modo qualunque sviluppo potenzialmente coinvolgente dell’intreccio. La storia tenta di gonfiarsi in nome di una vena epico-moralistica a cui aspira, ma che non riesce mai a raggiungere, in parte a causa della scelta poco azzeccata delle musiche (moderne e scollate dall’atmosfera del film), in parte per colpa di dialoghi piatti ed inverosimili. I personaggi sono bidimensionali e affatto empatici, intrappolati in stereotipi che, considerato l’audace intento del film, sarebbe stato doveroso evitare. In conclusione, un film realizzato sull’entusiasmo di uno spunto interessante ma che, nell’eseguire la delicata operazione di trasposizione dalla tradizione orale allo schermo, inciampa irrimediabilmente negli inconvenienti di un compito tanto difficile, e scivola  nella banalità.

VOTO: 4

 

LA FINE E’ IL MIO INIZIO
(Germania, 2011, 98’) di Jo Baier.
Con Bruno Ganz e Elio Germano.
Scritto da Folco Terzani e Ulrich Limmer.
Tratto dal bestseller di Tiziano Terzani.

Recensione di:
Umberto Bendini

L’adattamento cinematografico dell’ultimo romanzo di Tiziano Terzani - scritto in punto di morte dal giornalista, scrittore e viaggiatore con la collaborazione del figlio Folco - è una sfida per il regista tedesco Jo Baier, non di meno per lo spettatore. Settimane di conversazioni tra padre e figlio, riversate in 100 minuti di dialoghi. La vita e l’accettazione della morte, in un tentativo di vera e propria trasmissione di conquiste dell’anima al proprio erede. Operazione complessa e rischiosa, che ha richiesto un inevitabile processo di sintesi, e che impone un’elevata predisposizione all’ascolto da parte dello spettatore. Impone di mettere gran parte del film sulle spalle di un magnifico Bruno Ganz (doppiato in toscano), alle prese con lunghi monologhi, pronunciati davanti all’impeccabile presenza scenica di Elio Germano. Impone una sceneggiatura che non sia mai troppo drammatica, ma si sviluppi attraverso le emozioni che scaturiscono dal toccante rapporto tra un padre, dalla vita inarrestabile, e un figlio, fiero e indipendente. Impone di non sfociare mai nel biopic, di suggerire immagini più che mostrarle, di mantenere sempre alto l’interesse tramite l’evocazione della misteriosa bellezza del mondo e della vita. “Sono stato molte cose e alla fine non sono niente” – parole di Tiziano Terzani, che il film non riesce completamente a trasformare in racconto. “La fine è il mio inizio” non riesce a toccare lo spettatore quanto l’omonimo romanzo,  forse perché troppo in bilico tra la mente e il cuore, nonostante voli sempre alto, quando gli affascinanti monti toscani che lo incorniciano.

VOTO: 7


NON LASCIARMI
(USA/Gran Bretagna, 2010, 103’) di Mark Romanek.
Con Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley.

Recensione di:
Andrea Cagno

Siamo in un collegio inglese, rigido e ordinato come i film ci hanno sempre insegnato essere. La tutrice severa, l’insegnante premurosa che viene licenziata e cliché vari, magistralmente utilizzati, ci accompagnano nella prima metà del film. Seguiamo la tenera storia di tre bambini e del loro triangolo amoroso. I bambini crescono, si amano quindi devono donare gli organi e prepararsi, nel giro di pochi anni, alla morte.  E' il 1960 e ci si serve dei cloni a tal scopo. I bimbi-clone arrivano dunque all’età adulta tra ingenua spensieratezza e rassegnata consapevolezza. Queste piccole e umanissime riserve di organi accettano stoicamente il loro destino chiedendosi quanto esso sia giusto ma con un’ assenza di istinto di sopravvivenza che rasenta l’assurdo. L’ingiusta condizione dei “cloni da organi” viene esposta con cura ed empatia, mentre la fotografia di Kimmel rende il tutto godibile e grazioso. Tetramente alla moda. E’ indubbiamente un film che spiazza, emoziona e coinvolge. Ci trasporta in una realtà parallela senza mai toccare il grottesco, poi magari viene da chiedersi contro chi o cosa se la prenda. Un film ricco di buone trovate, mai sviluppate, che corre il rischio di portare messaggi paradossalmente inquietanti. Se non questo, è la malafede. Funzionale l’interpretazione di Knightley e Garfield, davvero notevole quella della protagonista Carey Mulligan.

VOTO: 5


 

LIMITLESS
(USA, 2010, 105’) di Neil Burger.
Con Bradley Cooper, Robert De Niro, Abbie Cornish e Anna Friel.
Sceneggiatura di Laslie Dixon (tratto dall’omonimo romanzo THE DARK FIELDS di Alan Glyn).

Recensione di:
Andrea Cagno

Eddie Morra, uno scrittore in grave crisi economica, sentimentale e professionale, prova una nuova droga eccitante, l’NZT. In breve, tutti i suoi problemi si risolvono. Mette da parte l’arte, specula in borsa e diventa ricchissimo, col solo effetto collaterale di qualche vuoto di memoria e un omicidio. Eddie è però una persona carica di buoni sentimenti e, affinché tali incidenti non si ripetano, decide di smettere. Ma la droga fa male solo se assunta sregolatamente, Eddie troverà dunque la dose adatta a lui e continuerà la scalata al successo. Così ci viene propinata, in chiave straordinariamente positiva, una realtà moderna: la civiltà del tutto, subito e facilmente, narrata attraverso il simpaticissimo e carismatico Eddie, eroe senza ombra col volto angelico di Bradley Cooper. Tutto il cast tecnico, proveniente in gran parte da pubblicità e videoclip, mira perlopiù a rendere intrigante e glamour l’effetto della droga. Lo stesso Neil Burger, regista di numerosi spot pubblicitari, non si smentisce esaltando  i pregi dell’NZT. Tutto il film non è che una vorticante, kitsch, scorretta ma divertentissima pubblicità di un prodotto, al momento, non presente sul mercato. La chiave di lettura della storia dovrebbe offrircela il protagonista all’inizio del film: “è un romanzo di fantascienza, ma è anche una critica alla società dei nostri tempi”. Ma la critica dov’è? In fondo, se un personaggio tanto positivo riesce a non trovare affatto sbagliato impasticcarsi per raggiungere i propri obiettivi non si vede perché dovremmo farlo noi. Più che altro, pare una fantasia dell’autore del romanzo da cui il film è tratto. Magari semplicemente vorrebbe cambiare mestiere, se solo ne avesse le capacità o la pillola adatta.

VOTO: 4

Recensione di:
Umberto Bendini

Uno scrittore fallito e neo-single balza al successo finanziario e personale grazie ad una “smart droug”, fornitagli dall’ex cognato spacciatore, che gli permette di usare il 100% del potenziale del suo cervello. Percezioni, ricordi, calcoli, assimilazioni: tutto è amplificato. Ma non mancheranno effetti collaterali e scorte che si assottigliano, polizia e mafia, intrighi politici e un Robert De Niro in completo su misura prima di arrivare ad un lieto fine. “Cosa farebbe lo spettatore con pillole del genere?” è la questione che vogliono instillare il regista Burger e la sceneggiatrice Laslie Dixon. Purtroppo, “Limitless” è film troppo in mano all’attore Bradley Cooper (indimenticabile in “The Hangover”) e alla post-produzione dei mirabolanti effetti fotografici per mascherare improbabilità narrative (una bambina sventolata in aria per sfregiare un inseguitore colpendolo coi pattini che indossa, o una casa blindata da 8.5 milioni di dollari forzata da tre brutti ceffi armati di sega elettrica) e cliché culturali. Detto questo, un film ottimamente confezionato e interpretato, esteticamente eccitante e assolutamente godibile. Un trip galoppante che tiene inchiodati alla poltrona per due ore, a tifare e temere per il protagonista, e che offre persino spunti efficaci e allusioni allo stile di vita a cui siamo abituati. Wall Street, parte per il tutto, è metafora del nostro desiderio di avere tutto subito, le opportunità sono talmente veloci da permetterci a malapena di notare quando le manchiamo, e vengono i brividi al pensiero che usiamo solo il 20% del nostro cervello. Insomma, una sceneggiatura perfettamente congeniata su un’idea tutta da sfruttare, ma nella quale i troppi temi in ballo rischiano di far perdere la retta via e forse la grande occasione. Da segnalare, le interessantissime e pirotecniche immagini sui titoli di testa: quelle potrebbero valere da sole il prezzo del biglietto.

VOTO: 5

 

HOP
(USA 2011, col., 35mm, 95’) di Tim Hill.
Con James Marsden, Russel Brand, Kaley Cuoco, Gary Cole.

Recensione di:
Andrea Cagno

Dopo Roger Rabbit e Bugs Bunny, arriva un altro coniglio a dividere la scena con attori in carne e ossa. Si tratta di C.P., il figlio teenager del coniglio pasquale che si appresta, malvolentieri, ad ereditarne il titolo. La passione per la batteria lo spingerà a scappare ad Hollywood per fare avverare i suoi sogni. Qui incontrerà Fred, un fannullone disoccupato che abita temporaneamente in una lussuosissima villa. Fred aiuterà C.P. prima a seguire il sogno della musica ed infine a ritornare ai suoi doveri di erede (sic!). Ironia della sorte, nella versione italiana, C.P. è doppiato da Francesco Facchinetti, che di “figli di” se ne intende e infarcisce di u

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27-06-2017 09:36

A SCUOLA DI CRITICA: le recensioni dei nostri allievi

Le Ardenne - Oltre i confini dell’amore
(Belgio, 2015, drammatico, 92’) di Robin Pront, con Kevin Janssens, Jeroen Perceval, Veerle Baetens, Jan Bijvoet, Viviane de Muynck, distribuzione: Satine Film, data di uscita: 29 giugno 2017

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NERVE
(USA,2016, avventura/thriller, 96’) di Henry Joost e Ariel Schulman, con Emma Roberts, Juliette Lewis, Dave Franco, distribuzione: 01 Distribution, data di uscita: 15 giugno 2017

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Wonder Woman
(USA,2017, fantascienza - avventura, 141’) di Patty Jenkins; CAST: Gal Gadot, Chris Pine, Robin Wright, Danny Huston; Distribuzione: Warner Bros Pictures

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